16.10.2022  Un primo resoconto del campo antibracconaggio in supporto all'”operazione Pettirosso 2022″

Sono ancora una volta l’impatto mostruoso della caccia e del bracconaggio sull’avifauna e le infinite bugie raccontate dai praticanti, dai portavoce e dai tristi sponsor politici di quel mondo a emergere dall’attività d’autunno dei volontari della LAC nel Bresciano. Attività che si sviluppa su due piani: i controlli delle guardie volontarie direttamente su capannisti e vagantisti e il lavoro di ricerca dei siti di trappolaggio. Che come vedremo coincidono spesso con la localizzazione degli appostamenti fissi legali.

Il dato sintetico dice che a partire dal mini campo di fine agosto per la tutela delle balie nere per arrivare agli ultimi giorni, la nostra opera ha portato in dote denunce penali e sequestri a otto persone: in un solo caso si è trattato di un uccellatore «puro»; tutti gli altri erano titolari di licenza di caccia.

La serie è iniziata a fine agosto con un finto allevatore – e vero capannista – di Lumezzane sorpreso dai nostri volontari (e poi denunciato dai carabinieri forestali di Vobarno) con una rete attiva nella sua proprietà a Binzago di Agnosine nella quale custodiva anche gabbie trappola per piccoli carnivori e una prodina, oltre ad alcuni fringillidi inanellati con sigilli opinabili, ed è proseguita tra settembre e ottobre con tre migratoristi capannisti sanzionati penalmente e colpiti da sequestri. In tutti questo casi le guardie LAC – che hanno anche sanzionato amministrativamente un vagantista allegramente in attività troppo vicino alle case – hanno agito in collaborazione con agenti volontari di altre associazioni.

Il primo della serie, a Calvagese, aveva al capanno un tordo appena morto con un anellino visibilmente manomesso. Il controllo a distanza con un binocolo degli altri uccelli ha permesso di verificare anche l’irregolarità di altri sigilli, e il successivo intervento dei carabinieri forestali di Gavardo ha portato al sequestro di alcuni richiami.

Gli altri sono stati individuati a Montichiari e Carpenedolo in circostanze identiche – anellini manomessi e uccelli in gabbia sequestrati dai carabinieri forestali -, entrambi si sono spacciati per allevatori di avifauna, e uno dei due è arrivato persino ad affermare di aver allargato i sigilli metallici apposti alle zampe dei suoi volatili condannati all’ergastolo non per farli passare a forza dalle dita degli animali catturati probabilmente illegalmente con le reti, ma perché preoccupato per il loro benessere. Davvero un’anima pia.

anello manomesso
controllo dell’anello del Tordo utilizzato come richiamo vivo

Da antologia poi l’operazione nata dal lavoro sul campo della LAC e del Servizio di vigilanza ambientale di Legambiente. Un’operazione iniziata di fatto molti mesi fa con l’individuazione di un enorme sito di cattura con le reti – in quel momento inattivo – sul territorio di Lumezzane. Decine di metri di cavi in acciaio per lo scorrimento dei tramagli, gabbie di ogni dimensione (allora vuote) e nicchie per richiami elettroacustici promettevano bene, e dopo una serie di sopralluoghi necessari per programmare l’avvicinamento, giorni fa ci si è mossi ben prima dell’alba accompagnando sul posto i carabinieri forestali del Soarda.

Dopo una lunga salita e ore di appostamento l’uccellatore, un industriale metallurgico lumezzanese, un capannista titolare di un enorme appostamento di caccia collocato un centinaio di metri più in alto rispetto al suo roccolo, è arrivato.

Il suo impianto era dotato di sei reti da 12 metri l’una, di vasche per l’acqua dotate di zampillatori elettrici e di una impressionante batteria di richiami elettroacustici alimentati da un pannello fotovoltaico (un bracconiere sostenibile, insomma). Oltre che di richiami vivi protetti e non che, catturati in buona parte da poco, sono stati quasi tutti liberati insieme a pettirossi, tordi e frosoni finiti nelle reti. Sorvoliamo sulle altre situazioni border line individuate dalle perquisizioni dei militari per ovvie ragioni di indagine, ma ricordiamo che anche questo personaggio figura come un «allevatore», dotato di anellini che la Federazione ornicoltori italiani gli aveva fornito senza problemi e che lui «sistemava» per legalizzare e vendere incassando in nero cifre enormi i tordi ovviamente non cresciuti in voliere inesistenti, ma rubati nel suo roccolo clandestino. Tordi usati anche nel suo capanno: il Soarda gliene ha sequestrati decine, sempre per via dei sigilli manipolati.

Lucherino salvato. Sullo sfondo il pannello solare utilizzato dal bracconiere
Pettirosso intrappolato in rete e poi liberato
una delle reti del roccolo scoperto
alcuni dei richiami illeciti sequestrati
visuale da una rete e parte del roccolo

Concludiamo il nostro ancora parziale bilancio d’autunno con gli ultimi casi (ne abbiamo altri in sospeso) scoperti anche grazie al contributo di alcuni volontari della LAC piemontese che sono venuti a darci una mano.
Grazie alle nostre ricerche sul territorio, gli agenti del Soarda hanno potuto organizzare appostamenti e denunciare un trappolatore di pettirossi di Zone, un omologo scoperto sul territorio di Treviso Bresciano e un ultimo uccellatore di Preseglie, in questo caso anche capannista, che a casa nascondeva 60 uccelli protetti congelati, reti e richiami vivi consentiti e vietati che provava a legalizzare – anche lui – grazie alla sua attività di falsificatore di anellini.

Uno dei tanti pettirossi vittima di un sep; denunciato il bracconiere grazie all’aiuto dei volontari LAC piemonte
la crudeltà dei bracconieri

 

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