Peste suina africana e cinghiali – cosa dice la Scienza

In Piemonte, lo scorso 6 gennaio è stato per la prima volta confermato il caso di una carcassa di cinghiale positiva al virus della peste suina africana genotipo II. Una malattia non pericolosa per l’uomo ma letale per i suini, la cui origine è legata alle attività antropiche.

Il virus della PSA è un caso da manuale del legame tra perturbazioni ambientali di origine antropica e la diffusione di un patogeno e contrariamente a quanto leggiamo su articoli di giornali poco informati e a dichiarazioni di chi chiede maggiore caccia ai cinghiali, la Scienza ci dice, attraverso serie ricerche, che la densità di cinghiali non sembra essere un fattore strettamente limitante per la persistenza di questo virus. 

Inoltre, nel parere scientifico emanato con urgenza a seguito dei focolai infettivi emersi in Polonia e Lituania, gli esperti, dopo ricerche, concludono che “Non è stata trovata alcuna prova nella letteratura scientifica che dimostri che le popolazioni di cinghiali possono essere drasticamente ridotte dalla caccia o dalla cattura in Europa…Inoltre, i tentativi di ridurre drasticamente le popolazioni di cinghiali possono anche aumentare la trasmissione e facilitare la progressiva diffusione geografica della PSA, poiché l’intensa pressione venatoria sulle popolazioni di cinghiale porta alla dispersione di gruppi e individui. L’alimentazione artificiale del cinghiale potrebbe aumentare il rischio di diffusione della PSA.”

Il virus rimane quiescente al di fuori di un ospite, può resistere fino a 15 settimane a temperatura ambiente, mesi a 4°C e indefinitamente nelle carni surgelate. Servono altissime temperature tenute a lungo per neutralizzare il virus, gli insaccati fatti da carni infette sono anch’essi fonti di infezione virale per i suini.

Il virus resiste su diversi substrati: coltelli, vestiti, scarti di cucina contaminati. Può essere diffuso attraverso suole di stivali e scarponi, o attraverso la superficie di pneumatici che gli consentono di essere trasportato su lunghe distanze. L’uomo fa da vettore meccanico e lo porta in luoghi sicuramente non raggiungibili “a bordo” di un cinghiale.

 

Riportiamo inoltre utili chiarimenti di ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione
e la Ricerca Ambientale) in materia di gestione della Peste suina africana

Perché è importante sospendere qualsiasi tipo di attività venatoria nella zona infetta da Peste suina africana?

Perché si tratta di attività che comportano un duplice rischio: la movimentazione di cinghiali potenzialmente infetti sul territorio, soprattutto conseguente al ricorso di tecniche che utilizzano i cani, e la diffusione involontaria del virus attraverso calzature, indumenti, attrezzature e veicoli.   

La presenza del lupo contribuisce alla diffusione della Peste suina africana?

La presenza del lupo non appare avere effetti rilevanti sulla diffusione della Peste suina africana. Recenti studi effettuati in aree infette della Polonia, hanno verificato l’assenza totale del virus nelle feci di lupo, dimostrando che il passaggio nel tratto intestinale ne provoca la degradazione completa. Inoltre gli enzimi presenti nella saliva danneggiano la superficie esterna del virus limitandone l’infettività. Al contrario, il lupo potrebbe contribuire a limitare la circolazione della Peste suina africana sia predando di preferenza gli individui malati, sia consumando le carcasse infette.

La comparsa della Peste suina africana è dovuta alle elevate densità di cinghiale?

No, la comparsa del virus è totalmente indipendente dalle densità di cinghiale. Le popolazioni di cinghiale infette più vicine all’Italia vivono a diverse centinaia di km di distanza. La comparsa dell’infezione nel cinghiale in Piemonte e Liguria è sicuramente dovuta all’inconsapevole introduzione del virus da parte dell’uomo.

L’elevata densità del cinghiale favorisce la persistenza del virus?

La densità del cinghiale non ha effetti significativi sulla persistenza in natura della Peste suina africana. La notevole resistenza del virus nell’ambiente fa sì che la malattia continui a circolare per anni, anche in popolazioni di cinghiale a densità bassissime (es. circa 0,5/km2).

 Allungare il periodo consentito per la caccia in braccata in questa fase epidemiologica è utile a prevenire la diffusione delle Peste suina africana?

No. In questa fase in cui è ancora in corso di definizione l’area effettivamente interessata dall’infezione, è anzi fortemente consigliato evitare qualsiasi attività che possa causare la dispersione degli animali sul territorio e con essa la possibile diffusione del virus, sia in modo diretto, aumentando la mobilità di eventuali cinghiali infetti, sia in modo indiretto, come effetto della contaminazione di indumenti, scarpe, materiali e veicoli.

 

 

 

 28-01-2022

 

Lega per l'abolizione della caccia

Via Andrea Solari 40 – 20144 Milano
Codice Fiscale 80177010156