Fermiamo il bracconaggio!

Fermiamo il bracconaggio!                                07/05/2022
 
Uccisione,cattura e commercio illegale di uccelli sono pratiche diffuse su tutto il territorio nazionale.
 
La nostra Associazione è sempre in prima linea per contrastarlo, aiutaci, unisciti a noi!
 
Già nel 2016 la stima dei ricercatori del Birdlife International era di 25 milioni di uccelli uccisi dal bracconaggio ogni anno.
Il primato negativo all’Egitto (5,7 milioni di uccelli uccisi), seguito a breve distanza dall’ l’Italia (5,6 milioni di uccelli). Stime non migliorate.
 
L’avifauna, che è gia in difficoltà di conservazione per cambiamenti climatici, distruzione e sparizione degli habitat e che per natura deve affrontare le difficoltà immense della migrazione, tra le quali tempeste o siccità e viaggi enormi, viene poi falcidiata anche dal bracconaggio in Italia.
 
LAC con le sue azioni legali e attraverso i suoi volontari nei vari campi antibracconaggio in supporto alle forze dell’ordine, difende e aiuta la sopravvivenza della fauna selvatica.
 
LAC chiede però aiuto per fermare questa devastazione anche a chi vara le leggi!
 
Nel 2017 infatti, per dare risposte alla Commissione Europea a seguito dell’avvio della procedura Eu Pilot per questo triste fenomeno, l’Italia con il ministero dell’ambiente aveva pattuito un piano d’azione nazionale antibracconaggio in accordo con le Regioni, ma ancora oggi Il governo non lo ha attuato e non mette fine a questo enorme danno del patrimonio naturale comunitario.
Il piano pattuito e non attuato, ottimizzerebbe l’impiego delle risorse disponibili, coordinerebbe l’attività dei diversi soggetti coinvolti a vario titolo nelle attività di lotta al bracconaggio e migliorerebbe il quadro normativo esistente, prevedendo anche pene severe, reale deterrente.
 
Sono sette “zone calde” dove intervenire per contrastare l’uccisione illegale di uccelli selvatici: le Prealpi Lombardo-Venete, il Delta del Po, le Coste Pontino-Campane, le coste e zone umide Pugliesi, la Sardegna meridionale, la Sicilia occidentale e lo Stretto di Messina.
A questi black-spot si aggiungono altre zone dove il bracconaggio, pur non essendo altrettanto intenso, appare comunque più frequente che nelle restanti parti del territorio, come la Liguria, la fascia costiera della Toscana, la Romagna, le Marche, il Friuli Venezia Giulia.
 
Sono i dati resi noti da ISPRA-Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.
 
Secondo i dati raccolti dall’ISPRA, nelle Prealpi Lombarde (soprattutto a Brescia e Bergamo) è diffusa la cattura illegale in autunno attraverso l’impiego di archetti , trappole, reti e vischio .
Avifauna catturata per rifornire il mercato illecito degli uccelli utilizzati ai Capanni dei cacciatori come richiami vivi (come succede anche con pulli rubati nei meleti del Trentino ) e avifauna catturata e uccisa per illecita ristorazione.
 
Analoghe attività, condotte essenzialmente con reti e richiami, sono praticate nelle Prealpi Venete e in Friuli.
 
Moltissime le specie intrappolate e/o uccise.
Lungo la Costa Adriatica, invece, vengono condotte catture con reti verticali durante le ore notturne, attirando i migratori in arrivo dall’area balcanica (principalmente turdidi ) con richiami acustici elettronici e luci artificiali.
 
Spesso gli uccelli vengono catturati per essere venduti nel circuito della ristorazione, più raramente per consumo diretto delle carni.
 
Nelle isole dell’Arcipelago Pontino e dell’Arcipelago Campano, le catture avvengono su Tortore e altre specie durante la migrazione di ritorno a partire dal mese di marzo, per poi proseguire sino a tutto maggio.
 
In Sardegna è diffusa una forma di bracconaggio ai tordi praticata principalmente tra novembre e febbraio nel Sulcis meridionale; qui i mezzi di cattura tradizionali sono rappresentati dai crini di cavallo, disposti sopra un rametto tra la vegetazione in modo da formare un cappio per gli uccelli che si posano. Oggi molto spesso al posto dei crini vengono impiegati fili di nylon; inoltre sono utilizzate reti e trappole. Altro sistema utilizzato è un laccetto ancorato a terra per mezzo di filo di ferro, su cui viene infissa una bacca come esca. I tordi vengono uccisi per essere venduti ai ristoratori locali per la preparazione di un piatto tipico, le ‘grive’ (i tordi in sardo) al mirto. Anche in questo caso, dal momento che i mezzi di cattura non sono selettivi, oltre ai tordi vengono uccisi uccelli appartenenti a molte altre specie: tra le vittime più frequenti, pettirossi, occhiocotti, pernici sarde, fringuelli e frosoni.
 
Anche gli uccelli acquatici sono oggetto di bracconaggio, praticato spesso di notte, mediante l’utilizzo di mezzi di caccia vietati (come i richiami acustici elettronici), anche in aree protette e in periodi in cui la caccia è chiusa, a danno di specie cacciabili e protette. Tra le zone maggiormente interessate da queste pratiche illecite, spiccano il Litorale domizio, in Campania , e le zone umide della Capitanata, in Puglia .
Non mancano tuttavia segnalazioni di situazioni problematiche anche in altri contesti, soprattutto in alcune zone della Sicilia e del Delta del Po (Veneto).
 
In alcuni situazioni il contrasto a queste attività illecite risulta estremamente complesso per la difficoltà di esercitare controlli all’interno di aree vallive private interdette all’accesso, come nel Delta del Po e nelle lagune nord adriatiche ( Venezia , Caorle, Grado e Marano ).
 
L’abbattimento dei rapaci con armi da fuoco è una pratica tuttora diffusa su gran parte del territorio Nazionale e l’incidenza del fenomeno è sottostimata, in quanto non tutti gli uccelli colpiti vengono recuperati. Attività questa che viene praticata in corrispondenza dello Stretto di Messina: gli uccelli vengono abbattuti mentre sono in migrazione attiva. Il numero di esemplari uccisi ogni anno sullo Stretto è stato molto elevato fino a un recente passato; la stima attuale è di 200-300 rapaci uccisi in primavera e 400-600 in autunno. Inoltre, il prelievo di giovani rapaci dai nidi, attività particolarmente redditizia, spinge molte persone a commettere furti di uova e pulcini, soprattutto nelle aree con economia svantaggiata.
 
L’uccisione, la cattura ed il commercio illegale di uccelli mettono a serio rischio la conservazione delle popolazioni di molte specie minacciate a livello globale, soprattutto nell’ambito del bacino del Mediterraneo, dove transitano milioni di uccelli durante le migrazioni.
Per questo, già da diversi anni, la Convenzione di Berna e la Convenzione di Bonn stanno promuovendo attività per ridurre questa causa di mortalità ingiustificata ed illecita, anche attraverso l’attuazione di un Piano d’Azione Internazionale, denominato Piano d’Azione di Tunisi.
 
Manca ancora una vera sensibilità su questo triste saccheggio, se ne parla poco, mai sui media nazionali e poche sono le forze per controstarlo, mentre invece dall’altra parte l’esecrabile business è purtroppo ancora florido.
 
 
In foto: alcuni volontari mentre presidiano zone calde del bracconaggio; una delle trappole utilizzate in uno dei blackspot; avifauna morta di stenti durante la migrazione
 
 
LAC - Lega Abolizione Caccia
Sep utilizzato per catturare avifauna
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Lega per l'abolizione della caccia

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