Brescia: prosegue il campo antibracconaggio

Campo antibracconaggio LAC, mese di ottobre

otto centri perfetti, magari difficili da colpire ma accertati, e qualche occasione perduta. Perché non è per niente facile organizzare un appostamento senza farsi vedere in territori pieni di curiosi e di sentinelle, e perché non tutti gli appartenenti ai corpi di polizia ambientale hanno le conoscenze tecniche per occuparsi, per esempio, di temi spinosi come quello della contraffazione dei sigilli.


Potremmo sintetizzare così l’esito dell’ennesimo campo antibracconaggio gestito anche in questo autunno difficile nelle valli bresciane dalla nostra associazione. Otto, appunto, le operazioni andate a buon fine con la denuncia di una o più persone: uccellatori sorpresi su tese di trappole o reti ma anche capannisti arroganti capaci senza vergogna di spacciarsi per allevatori di avifauna mentre i carabinieri forestali, intervenuti su nostra richiesta, sequestravano loro interi «concerti» di tordi identificati da anellini falsificati.
Potrebbe sembrare poco ma non è così: quest’anno l’emergenza sanitaria ha creato problemi a tante persone anche nel nostro mondo e ha ridotto quasi a zero il numero dei volontari che hanno potuto mobilitarsi. Poi in questo autunno, soprattutto nella prima fase, il passo degli uccelli migratori è stato ridottissimo, e testimoniare, se ce ne fosse bisogno, che le follie di un clima ormai fuori controllo stanno incidendo sempre più pesantemente sulla salute e quindi sulla consistenza dell’avifauna, falcidiata da sbalzi termici e piogge nel pieno della stagione riproduttiva e dall’azzeramento dell’aeroplancton sterminato dai pesticidi.
La scarsità di possibili prede ha ridotto anche l’attività di trappolatori e cacciatori, e la situazione è cambiata solo nella seconda parte di ottobre, con l’arrivo dei pettirossi e dei primi fringuelli.
Tornando ai risultati, e invitando soprattutto i giovani che seguono il nostro lavoro a farsi avanti diventando volontari antibracconaggio, la sfortuna ha accompagnato un appostamento su una tesa di reti «bruciata» dai carabinieri forestali sul territorio della bassa Valcamonica e, riteniamo, la scarsa preparazione specifica degli agenti ha impedito che i controlli degli anellini piazzati sulle zampe di fringuelli e tordi da un presunto allevatore di avifauna da noi scoperto e segnalato in alta Valsabbia finisse con un sequestro.


In un altro caso, quello accennato in apertura, la verifica fatta da carabinieri forestali più preparati coinvolti dalle nostre guardie volontarie ha invece portato al sequestro di 11 uccelli da richiamo usati attorno a un appostamento fisso: è successo a Serle.
Per il resto, sono serviti molti chilometri in auto e lunghe camminate attraverso le tre valli per scoprire qua e là uccellatori grandi e piccoli. L’ultimo in ordine di tempo lo abbiamo fatto prendere a un soffio dal nuovo lockdown, ed era importante: gestiva una quarantina di trappole e aveva catturato 33 pettirossi (molti già spennati e congelati). Lo ha bloccato la polizia provinciale sul territorio di Lavenone dopo due appostamenti; uno dei quali di 11 ore!


Sempre la polizia provinciale ha messo le mani su altri quattro uccellatori individuati dai nostri volontari: andando indietro nel tempo un trappolatore a Vestone, una bracconiera (certamente la moglie del gestore della tesa) nella valle di Pertica Alta, un capannista di Bagolino che nel tempi morti riempiva il suo orto di tagliole per insettivori e un altro trappolatore, questo pure recidivo, il primo della serie, in un altro punto della Pertica Alta.

Sono stati invece i carabinieri forestali del Soarda a inaugurare, proprio all’inizio di ottobre, la nostra serie positiva, prendendo un uccellatore della bassa Valcamonica che cercavamo di cogliere inutilmente sul fatto da tre anni. Poi i militari hanno fatto il bis, dovendo però organizzare due appostamenti per riuscire a bloccare a Casto, in Valsabbia, padre e figlio minorenne che catturavano tutti gli uccelli che potevano con due reti e sparavano al resto direttamente da un fienile usando un fucile ad aria compressa.

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Di seguito i numeri dell’operazione storica antibracconaggio dei Carabinieri Forestali denominata “Pettirosso”, coordinata dal Reparto Operativo – SOARDA (Sezione Operativa Antibracconaggio e Reati in Danno agli Animali) del Raggruppamento Carabinieri CITES con il fondamentale supporto del Gruppo Carabinieri Forestale di Brescia:

Sono state 106 – sedici delle quali dalle Stazioni cc forestali di Brescia – le persone denunciate, sequestrati circa 400 dispositivi di cattura illegale e oltre 2.000 uccelli, di cui 800 esemplari vivi e 1200 morti in un solo mese.

I reati principali che sono stati ipotizzati sono: furto aggravato di fauna selvatica in quanto bene indisponibile dello Stato, ricettazione, contraffazione di pubblici sigilli, uso abusivo di sigilli destinati a pubblica autenticazione, maltrattamento di animali, uccisione di animali, detenzione non consentita di specie protette e particolarmente protette, uccellagione, esercizio della caccia con mezzi non consentiti, porto abusivo di armi.

Tra gli strumenti illegali utilizzati dai bracconieri troviamo i richiami elettronici, le reti da uccellagione, le gabbie-trappola o, nei casi peggiori, gli archetti e le trappole metalliche in grado di imprimere gravi sofferenze alla fauna lasciata viva ed agonizzante per ore.

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Sono poi decine gli animali selvatici, tra cui rapaci, soccorsi dall inizio della stagione venatoria che sono stati impallinati, ma questi ritrovamenti fortuiti rappresentano solo la punta dell’iceberg: i rapaci fucilati sono molti di più, perché non conosciamo le sorti dei non ritrovati e perché non tutti i cittadini o i CRAS portano la comunità a conoscenza del comportamento di capannisti che uccidono i rapaci per un presunto disturbo ai richiami vivi, o di altri cacciatori che sparano loro per divertimento o per il commercio illecito di animali imbalsamati.
A fine ottobre uno splendido giovane esemplare di Falco pellegrino è stato recuperato dai volontari della LAC a Brescia, villaggio Montini, e consegnato alla Polizia Provinciale di Brescia per il suo successivo conferimento al CRAS. Aveva una vistosa ferita all’ala sinistra  causata da una fucilata.
Pochi giorni prima era stato abbattuto uno sparviere sul territorio di Roè Volciano. Il rapace, ovviamente protetto, è stato ritrovato da un attivista della LAC  impegnato come altri in questo periodo nel campo antibracconaggio autunnale nel Bresciano e la LAC ha subito deciso di sottoporre la carcassa a una radiografia rivolgendosi a una clinica veterinaria. L’esame ha confermato le supposizioni, evidenziando la presenza nel corpo dello sparviere di tre pallini da caccia, e confermando ancora una volta che nel mondo venatorio bresciano l’unica cosa che conta è sparare.
 

Questa è Brescia; o meglio è ancora la Brescia del saccheggio del patrimonio avifaunistico (e non solo di quello) che, pur molto ridimensionata anche grazie al lavoro sul campo più che quarantennale della Lac, ha sempre bisogno di un grande investimento protezionistico.

Sosteneteci economicamente nella sorveglianza del black spot in cui muoiono i migratori, e unitevi a noi nella battaglia sul campo che continua con i suoi volontari fino a fine gennaio 2021 e riprenderà poi alla fine di agosto dell’anno prossimo, per proteggere il viaggio verso Sud delle balie nere.

 

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