Cinghiali-La scienza dimostra che la caccia è il problema

Da anni si spara alla specie cinghiale, nel periodo venatorio e al di fuori di esso con piani di controllo. La legge Nazionale prescrive prioritariamente i metodi ecologici, ma le amministrazioni li applicano?

In Emergenzacinghiali.org abbiamo raccolto, assieme al Rifugio Miletta, pubblicazioni scientifiche e studi su questa specie, metodi ecologici certificati di prevenzione degli incidenti stradali e di protezione dalla fauna selvatica dei coltivi.

La soluzione dei problemi di coabitazione con la fauna selvatica viene da anni delegata ai cacciatori. È evidente non solo che non sono in grado di risolverli, ma che l’unico loro obiettivo sia uccidere sempre più animali. La fauna selvatica deve essere tutelata, non gestita, e non deve finire sul banco di un supermercato. I problemi di coabitazione, sempre e comunque causati dall’uomo, devono essere risolti, non utilizzati come pretesto per uccidere ancora più animali.

Ciò che finora è stato attuato è proprio quello che non va fatto per controllare questa specie.

Andrea Mazzatenta, docente della Facoltà di medicina veterinaria all’Università di Teramo, afferma quanto già avevamo raccontato, raccogliendo i risultati di 26 ricerche scientifiche pubblicate con peer review: lasciare che i cacciatori uccidano cinghiali concorre ad aumentarne la popolazione. Riportiamo qui un’intervista di Paolo Baldi, pubblicata su Bresciaoggi, che spiega il perchè la caccia è il problema e non la soluzione.

Professor Andrea Mazzatenta docente di Psicobiologia e Psicologia animale della facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Teramo

La scienza dimostra che la persecuzione non fa altro che moltiplicare la popolazione Vendite on line e allevamenti sequestrati confermano che la proliferazione è un un affare.

Non c’è probabilmente un solo angolo del territorio nazionale in cui non si affronti la cosiddetta emergenza cinghiali prescindendo dalle fucilate: la normale stagione di caccia e molti piani straordinari di abbattimento sottopongono le popolazioni, spesso composte da ibridi col maiale, a una pressione quasi costante i cui risultati lasciano però aperti interrogativi sull’efficacia dell’approccio. Dubbi creati dal fatto che a fronte di un continuo aumento degli abbattimenti certificati non sembra registrarsi una diminuzione degli animali in circolazione. Il caso ha mobilitato anche la comunità scientifica, che ha avviato la ricerca. E proprio da questo mondo arriva una critica non solo rispetto all’inutilità delle campagne di abbattimento, ma anche al ruolo che gli stessi media rivestono aiutando a volte a indurre una paura irrazionale anziché leggere il problema da diversi punti di vista.
Lo afferma chiaramente un esperto del settore: il docente di Psicobiologia e Psicologia animale della facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Teramo Andrea Mazzatenta, il quale non teme di esporsi nel dire che «ciò che è stato fatto finora nella gestione del cinghiale in Italia è proprio ciò che non si deve fare se si vuole controllare la specie».
Il metodo è (quasi) sempre e solo quello delle fucilate; della caccia attuata in molti casi, anche nel Bresciano, col metodo della braccata; ovvero usando mute di cani che inseguono gli animali. Perché non funziona? «Perché essendo il cinghiale una specie predata, ha sviluppato durante la sua evoluzione strategie per non estinguersi -esordisce il docente universitario e ricercatore -. Bisogna partire dall’etologia di questo ungulato, che vive in gruppi familiari matriarcali guidati da una vecchia femmina, una matrona, ricompresi nel territorio molto più grande di un grande maschio molto forte; detto salengano. In condizioni normali sono la femmina e il maschio dominante a riprodursi, e per l’età dei genitori la prole non è abbondante».

Cosa succede con le battute di caccia? «Succede che le matrone sono le prime a morire perché prima fanno scappare giovani e cuccioli, e lo stesso vale per i grandi maschi – risponde Mazzatenta -. A quel punto ciò che resta dei gruppi matriarcali, le giovani femmine, che sono sorelle, occupa un territorio, e contemporaneamente entrano in azione i giovani maschi liberati dal controllo del dominante. Così inizia una fase riproduttiva intensa, anche per il maggior apporto spermatico dei giovani coinvolti, che moltiplica rapidamente la popolazione con figliate di anche 12, 13 cuccioli».

Chiaro, no? Non è una novità ed è appunto scienza. E chissà perché, partendo dai sindaci per arrivare agli assessori regionali, non c’è nessuno che ci creda. Forse perché l’intenzione è in realtà quella di trasformare il cinghiale in una fonte di reddito, creando una filiera che parta dalle battute di caccia (o di contenimento) e finisca nelle macellerie.
Del resto oggi anche gli agricoltori danneggiati possono, se cacciatori, rifarsi abbattendo gli animali sorpresi nei campi tutto l’anno.

UN BUSINESS smascherato dallo stesso docente, il quale ha scovato in rete, sul sito subito.it, più di un rivenditore di cuccioli e giovani di cinghiale; a volte spacciati persino come di «pura razza toscana».
Senza contare gli allevamenti illegali scoperti e chiusi. Questa specie sembra insomma un affare non dichiarato, ma allora perché se ne parla ancora come di un’emergenza?

L’«emergenza» è rappresentata anche dal fatto che i cinghiali causano incidenti stradali e spaventano le persone nei centri abitati… «Detto che gli incidenti si verificano principalmente sulle strade vicine a zone interessate dalla caccia a questa specie e per nulla o quasi su quelle che toccano le oasi – chiarisce Mazzatenta -, il tema può essere affrontato con un sistema a basso costo di sensori e avvisatori luminosi e acustici. Scattano al passaggio degli animali, e mentre il segnale luminoso avvisa gli automobilisti, quello acustico allontana gli ungulati. Chiaro poi che avviene una colonizzazione delle zone urbane: lì non si spara e gli animali lo sanno; ma non sono lupi mannari, e il vero problema è l’isteria popolare. Abbiamo perso la capacità di rapportarci con la fauna selvatica».

L’ALTERNATIVA ai fucili? «L’eradicazione è impossibile, le recinzioni elettrificate funzionano bene, e oltre a fermare le campagne che anziché ridurre i cinghiali li fanno aumentare – continua il docente universitario – si può fare semplicemente affidamento alla natura. Da noi in Abruzzo un grosso contributo lo stanno fornendo lupi, volpi e persino le poiane, predando larga parte dei giovani» .

Bresciaoggi 08.12.2019

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