Una rapida analisi della caccia illegale in Italia

1. Introduzione

Dal gennaio 2011 il CABS (Committee Against Bird Slaughter), in collaborazione con la LAC (Lega Abolizione Caccia) e le principali associazioni ambientaliste italiane, raccoglie su base giornaliera tutte le informazioni disponibili relative a reati commessi da cacciatori e bracconieri di nazionalità italiana ai danni della fauna selvatica. Dalla raccolta di questi dati viene compilato il “Calendario del Cacciatore Bracconiere”, una rassegna accurata dei crimini compiuti ai danni della biodiversità da chi persegue per lucro o divertimento gli animali selvatici.
Seppur perfettibile, questo calendario rappresenta al momento la più completa raccolta di informazioni sul fenomeno del bracconaggio, dal momento che l'articolo 33 della 157/92, che richiede un resoconto annuale della viglanza sul territorio nazionale, è quasi totalmente disatteso, e anche i dati ISTAT sulla caccia sono obsoleti. Di fatto in Italia, proprio il secondo "Stato Canaglia" del Mediterraneo per l'uccisione illegale di uccelli1, è il paese dove del fenomeno della caccia e del bracconaggio non si sa quasi nulla. Obiettivo di questo lavoro è quindi di tenere traccia e monitorare la meglio il fenomeno  della caccia illegale, l’evoluzione delle sue forme, identificare il territorio dove più reati vengono commessi e analizzare l’impatto sulla biodiversità. Qui di seguito presentiamo i risultati dei reati di caccia raccolti nel “Calendario del Cacciatore Bracconiere” 2015-2016.

2. Metodologia

Il lasso temporale a cui fa riferimento la presente raccolta di dati è 01/02/2015 fino al 31/01/2016, ovvero dal primo giorno di chiusura ufficiale della precedente stagione di caccia, fino all’ultimo giorno della stagione di caccia appena terminata.
I dati raccolti provengono da articoli di giornale, comunicati stampa delle forze preposte ai controlli venatori, newsletter del CFS e dai resoconti pubblicati dalle Guardie Venatorie Volontarie di WWF, ENPA, LAC, ANPANA, Legambiente, LIPU, nonché da osservazioni realizzate durante i Campi Antibracconaggio del CABS.
L’insieme delle fonti copre in maniera per lo più omogenea il territorio nazionale, ciononostante é da sottolineare che la maggior parte dei reati venatori non viene portato alla luce o – nella maggioranza dei casi – non viene segnalato alla stampa. La base di dati di cui si è a disposizione é quindi più che altro un campione, una rappresentazione di una piccola percentuale dei reati venatori realmente commessi. Ciononostante, sulla scorta delle informazioni raccolte, tenteremo di disegnare un quadro verosimile dei numeri del bracconaggio in Italia. Per evidenziare i danni che il mondo venatorio arreca alla fauna selvatica, abbiamo selezionato solo i casi di bracconaggio che realmente e direttamente danneggiano la biodiversitá: ad esempio non abbiamo incluso i casi di infrazioni amministrative come la mancata annotazione della giornata, o la caccia a distanza ravvicinata da case e strade, violazioni a norme che puntano alla sicurezza, ma abbiamo raccolto solo infrazioni o reati relativi all’abbattimento di specie protette, caccia in aree protette, uso di fucili con piú munizioni del consentito ecc. In questo senso il “Calendario del Cacciatore Bracconiere” non è una disamina dell’illegalità venatoria tout court, quanto piuttosto un’analisi di quanto l’illegalità venatoria arrechi danno alla biodiversità.
Nella maggior parte dei casi è stato possibile attraverso le informazioni fornite dalla fonte ottenere tutti i dati necessari per la successiva analisi; in alcuni casi invece la fonte era lacunosa sui fatti o i responsabili dei reati: in questi casi abbiamo tentato di ricostruire a senso o su base probabilistica quanto avvenuto.

ANNO2013-20142014-20152015-2016
N° CASI548706596
N° DENUNCIATI113315941324
Trend denunciati0+40,7%-16,9%
Media denunciatiper caso 22,22,2

3. Risultati

3.1 IL FENOMENO DEL BRACCONAGGIO

Numero dei casi: nel 2015-2016 sono stati raccolti un totale di 596 casi di reati rilevanti contro la fauna selvatica, 110 in meno dell'anno precedente. Questi hanno coinvolto 1.325 persone, contro le 1.594 dell'anno precedente, con una diminuzione quindi del 16,9%.

Categoria di fauna colpita: per il terzo anno consecutivo, dacché si è iniziato lo studio, le percentuali nel rapporto fra bracconaggio ai mammiferi e agli uccelli restano stabili: nell'anno appena trascorso il 68% (401) dei casi riguardano la caccia agli uccelli, mentre il 26% (156) i mammiferi. Un ulteriore 6% (33 persone) si riferiscono a bracconaggio rivolto indistintamente a mammiferi e uccelli.

Questi dati non si discostano significativamente da quelli dell'anno precedente. E' riconfermato il fatto che la caccia agli uccelli si svolge molto più comunemente al di fuori delle regole della caccia ai mammiferi.

Tipologia di reato: non sono cambiati i reati più diffusi praticati dai bracconieri. L'uccisione di specie particolarmente protette e protette rimangono la pratica con più alta percentuale d'incidenza, seguita dall'uso di trappole e dei richiami elettromagnetici. Il numero di reati praticati a caccia chiusa è la quarta forma di illecito, con tendenza all'aumento. Più nel dettaglio, in relazione all'anno precedente, nella stagione appena trascorsa sono rimasti sostanzialmente stabili i reati legati all'uso di lacci, reti, trappole e veleno. Dal 12% (189 casi) del 2013-14 e dal 18% (291 casi) dell'anno successivo, si è arrivati al 17% di quest'anno (298 casi). In compenso sono diminuiti ulteriormente i casi di uso di fonofil/richiamo elettromagnetico. Negli anni passati erano il 21% (326) e il 18% (284 casi), quest'anno si è scesi al 14% con 249 casi. E' aumentato invece l'abbattimento delle specie protette e particolarmente protette3: 38% contro il 31-32% degli anni precedenti. Proporzionalmente ha continuato il suo trend discendente la caccia nelle aree protette, scesa al 7% (12% e poi 8% negli anni anteriori). Lievemente aumentati i casi di caccia notturna (54 contro i 42 dell'anno precedente e i 101 di due anni fa). Ancora in aumento invece la caccia in periodo di divieto (245 casi contro i 227 e 161 degli anni precedenti).

Specie particolarmente protette: escluse le migliaia di piccoli passeriformi particolarmente protetti che sono stati rinvenuti abbattuti o trappolati nel corso dell'anno (pettirossi, cince, fringuelli, pispole, frosoni, tordele, cardellini, luì, passere scopaiole, lucherini, verzellini, verdoni, picchio muratore), gli animali “bandiera” uccisi nel 2015 e 2016 dalla caccia e di cui è rimasta traccia (purtroppo solo la punta di un enorme iceberg) appartengono a 34 specie.

Fra i rapaci diurni il nostro campione vede 23 gheppi sparati, 20 poiane, 16 sparvieri, 6 falchi pellegrini, 3 falchi lodolai, 2 aquile reali e poi falchi di palude, lanario, biancone, falco pecchiaiolo e grillaio. Fra i rapaci notturni si aggiungono 3 gufi comuni, 1 barbagianni e 1 assiolo.

Ovviamente se i dati concernenti numero e specie di esemplari feriti da armi da fuoco consegnati ai centri di recupero fauna selvatica venissero raccolti e messi a disposizione su base annua, questi numeri salirebbero di molto. Interessante a questo proposito la stima prodotta dalla LIPU sulla base degli arrivi al CRUMA di Livorno: "Consideriamo che il 75% delle specie protette abbattute sono rapaci [... ] Ipotizzando ottimisticamente che gli uccelli feriti e portati al Centro recupero siano circa l’uno per cento di tutti quelli abbattuti, dato che la maggior parte di essi finisce nei congelatori dei cacciatori o resta a marcire dispersa nelle campagne, è facile calcolare come, solo nella parte di Toscana dalla quale giungono i ricoveri del Cruma, la scorsa stagione venatoria siano stati abbattuti circa tremila rapaci [...] in meno della metà del territorio regionale."

Fra i non-rapaci si annoverano 3 picchi rossi maggiori, 1 picchio nero, 1 picchio verde e 1 torcicollo. Poi 2 upupe, 2 cicogne bianche, 2 ibis sacri, 1 occhione, 4 aironi (2 garzette, 1 bianco maggiore e 1 guardiabuoi), 1 gruccione e 1 nocciolaia.

Fra i mammiferi è stato ucciso 1 orso bruno (M6, trovato avvelenato in Trentino) e 5 lupi (4 uccisi a fucilate, di cui tre dentro o appena sui confini di Parchi Nazionali, e 1 per cause non identificate), oltre a stambecco, marmotta, martora, istrice, tassi, cervi sardi e anche un riccio. Rinvenuto anche un esemplare di camoscio d'Abruzzo, ucciso nel Parco dei Monti Sibillini, all'interno del quale negli ultimi anni sono stati rinvenuti sparati anche lupi e aquile reali.

Quest'anno per la prima volta abbiamo una nuova specie di mammifero colpita dal bracconaggio: l'uomo. Il 12/09/2015 a Ferentino un cacciatore muore per dissanguamento. Si pensa prima all'aggressione (!) di un cinghiale. Salvo poi verificare che a ucciderlo è stato un tubo fucile piazzato da un bracconiere: un congegno esplosivo puntato sui passaggi dei cinghiali che si attiva toccando un filo. Il responsabile viene successivamente identificato e si rivela essere un incensurato cacciatore. Il fatale incidente non sembra però deterrere i bracconieri se solo un mese dopo la polizia provinciale rinviene ad Arce, sempre in provincia di Frosinone, un altro tubo fucile armato. Più paradossale il secondo caso avvenuto a Cefalù: "Coppia di anziani caricata dai cinghiali" titola la Repubblica l'08/08/2015 - un fenomeno etologicamente inspiegabile. Infatti la versione che circola in zona (ancora oggetto di indagini) è che l'anziano deceduto aveva catturato al laccio un cinghiale e che sia stato inavvertitamente ucciso dal figlio mentre tentava di abbattere l'animale con un'arma da fuoco. Più fortunata una terza vittima, un cercatore di funghi del cagliaritano, rimasto catturato il 19/10/2015 in un laccio per cinghiali, ma che è riuscito a liberarsi prima dell'arrivo del bracconiere.  

Un discorso a parte va fatto per il cardellino, attivamente bracconato principalmente in Campania (Napoli, Salerno, Avellino) e Sicilia (Agrigento, Ragusa, Palermo, Siracusa) con movimenti migratori dei bracconieri verso Latina, Frosinone, Isernia, Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria: 86 persone risultano denunciate per cattura di questa specie con reti, vischio e richiami vivi. La maggior parte sono bracconieri professionisti, i cosiddetti "cardellari", nella maggior parte dei casi pregiudicati per reati specifici. Casi isolati sono segnalati a Prato, Milano, Novara

3.2 CHI E' IL BRACCONIERE 

Responsabili: i reati venatori sono compiuti per il 77,8% da cacciatori, ovvero persone in possesso di licenza di caccia o che l’hanno avuta in un recente passato. In alcuni casi, in cui il responsabile del reato non era chiaro, all’interno dell’animale abbattuto sono stati comunque rinvenuti pallini usati comunemente per la caccia, il che lascia propendere per un’attribuzione del reato a un cacciatore. Nel 19% dei casi, la persona rinvenuta colpevole del reato non aveva licenza di caccia, ovvero era un bracconiere puro. Nel 3,2% dei casi non è stato rinvenuto il responsabile del reato e quindi non è stata attribuita a nessuna delle due categorie la responsabilità del reato. Nel 2013-14 il rapporto era 81%-15%, mentre nel 2014-15 era 78%-19%, con percentuali praticamente identiche. 

3.3 TEMPI E ZONE DEL BRACCONAGGIO

Periodo: coerentemente con quanto rilevato precedentemente, il 78,4% dei reati venatori vengono commessi e scoperti durante la stagione di caccia, mentre solo il 21,6% nel periodo che va da febbraio ad agosto inclusi. Nei tre mesi di massima migrazione degli uccelli fra settembre e novembre sono stati perpetrati e riscontrati il 54,4% di tutti i reati commessi nel corso dei 12 mesi, a dimostrazione del fatto che il bracconaggio in Italia sia ancora legato all'uccellagione, ovvero si sviluppi quando si ha l'opportunità di catturare o abbattere numerose quantità di uccelli. 

 

Reati per provincia: i reati venatori si distribuiscono su praticamente tutto il territorio nazionale con 95 province interessate su 110. La provincia di Brescia si attesta ancora una volta come il principale territorio di bracconaggio italiano con il 17,9% di tutte le persone denunciate in Italia (236), a maggior ragione se si considera che spesso i reati riscontrati in altre province vanno “addebitati” a cacciatori provenienti da Brescia.  

Brescia

Come negli anni precedenti, con piccole variazioni, dopo Brescia vengono Caserta, Napoli (con il buco nero di Ischia), Salerno, Reggio Calabria, Cagliari. Aumenta invece sensibilmente il numero di denunciati a Bergamo, da 28 a 48, mentre diminuiscono sensibilmente a Foggia e Ragusa:

Brescia: 17,9%

Caserta: 4,9%

Napoli (inclusa Ischia): 4,6%

Salerno: 4%

Reggio Calabria: 3,8%

Cagliari: 3,7%

Bergamo: 3,7%

Livorno: 3,1%

 

Sulla scorta di tre anni di raccolta dati, le province di Brescia, Caserta, Salerno, Napoli, Reggio Calabria, Cagliari e Bergamo, ritornano costantemente con alti numeri di denunciati, confermando così la loro "vocazione" per il bracconaggio

Reati per regione: un panorama leggermente diverso dà l'analisi sulle regioni che si guadagnano la maglia nera del bracconaggio. Resta prima la Lombardia (24,9%),segue poi la Campania (16%), la Toscana (9,9%), la Sicilia (7,5%), la Calabria (5,8%), il Veneto (4,8%) e la Sardegna, Puglia e Lazio (4,5%). Non ne esce pulita neanche quest'anno la Val d’Aosta, dove vi è stata quest'anno una denuncia a un bracconiere che abbatteva stambecchi e marmotte. Sul territorio regionale di Toscana e Veneto i reati sono evidentemente sparsi omogeneamente sul territorio, visto che nessuna provincia eccelle come numero di denunciati, ma l'insieme delle province che compongono il territorio regionale portano il numero dei reati a livelli statisticamente rilevanti. 

3.4 ANALISI DELLA VIGILANZA VENATORIA

Nel 2015-2016 abbiamo continuato a prendere in considerazione non solo le tipologie di reato e la loro distribuzione, ma anche quale forza di polizia o ONG abbia svolto le operazioni, al fine di tracciare un quadro sulla vigilanza venatoria. 

Anche quest'anno rimane importante il contributo che riveste il volontariato ambientale nella repressione del bracconaggio.

In un anno il 36% delle persone denunciate sono state scoperte grazie all'attività o a un'iniziativa partita dalle guardie venatorie volontarie, zoofile o ecozoofile, sia che la successiva denuncia sia stata redatta dalle stesse guardie o invece con il supporto di agenti di polizia giudiziaria (CFS, Polizia Provinciale, Carabinieri, Polizia). Il numero più alto di persone denunciate per bracconaggio proviene invece da controlli effettuati in autonomia dal Corpo Forestale dello Stato e dei Corpi Forestali Regionali (28%, 335 persone), a cui si aggiungono le 137 denunce realizzate dal NOA (lo speciale Nucleo Operativo Antibracconaggio del CFS attivo con operazioni mirate a Reggio Calabria, Brescia, Caserta, Latina e Foggia) che porta a 46% il contributo che i Corpi Forestali danno alla lotta al bracconaggio. Seguono i controlli della Polizia Provinciale, che contribuiscono con il 18% (214 persone denunciate), in leggero calo rispetto all'anno precedente. Questo fenomeno è compatibile con lo smantellamento della polizia provinciale nelle sue mansioni di vigilanza ittico venatoria. ll personale di polizia provinciale, non destinato peraltro alle sole funzioni di vigilanza in campo faunistico, si era ridotto a circa 2500 addetti nel 2015; alla fine del 2015, 744 operatori risultavano collocati sul portale della mobilità del dipartimento della funzione pubblica, ai sensi dell'art. 5 della legge 125/2015 e del dpcm 14 sett. 2015.

Da ultimo l'art. 1 comma 770 della legge di stabilità per il 2016 (n. 208/2015) ha disposto che il personale eventualmente retribuito col contributo economico delle Regioni, possa svolgere le funzioni di vigilanza nelle materie oggetto di riassorbimento delle funzioni non fondamentali delle province, come caccia e pesca, ed essere sottratto dal taglio di spesa del personale delle province del 50% imposto dalla legge 190/2014. Tuttavia l'AIPP (Associazione italiana agenti e ufficiali di polizia provinciale) stima che a seguito di sei anni di blocco del turn over, nonchè della riallocazione forzata di parte del personale di polizia provinciale presso le polizie municipali o altre amministrazioni pubbliche, l'attività di vigilanza venatoria da parte dei corpi e servizi di polizia verrà sostanzialmente a dimezzarsi entro la fine del 2018, rispetto alle cifre del 2013.  

I Carabinieri, seppure non sia un corpo specializzato nella repressione di reati di caccia, di fatto ha contribuito anche quest'anno con un 6% (70 persone denunciate contro le 106 dell'anno precedente) all'antibracconaggio. Seguono poi operazioni congiunte fra vari organi di polizia e i contributi minori della Polizia di Stato e dei Guardia Parco dei vari Enti Parco.

3.5 NUMERI GLOBALI DEL BRACCONAGGIO

Al terzo anno di raccolta dati del calendario, le percentuali si stabilizzano e assume coerenza il quadro del bracconaggio con la costanza di alcuni fenomeni: responsabilità, tipologia di reati, aree e periodi. Attraverso alcune informazioni sparse nei comunicati stampa, possiamo però fare di più e cioé tentare di avvicinarci dal campione disponibile alla totalità del fenomeno. Sporadicamente alcuni organi di controllo pubblicano un resoconto complessivo della loro attività vigilanza e attraverso un controllo incrociato è possibile valutare quanto abbiamo registrato durante l'anno sugli organi di stampa e quanto rimanga non-detto. Ad esempio, alcuni dati conclusivi ci dimostrano che per il CFS copriamo il 40% dei denunciati, per il WWF il 54% e con la Polizia Provinciale di media il 34% (44% con la PP di Ragusa.  41% con la PP di Vicenza. Il 17% con PP di Udine). Il CRUMA di Livorno ha ricevuto in un anno quaranta rapaci, ma solo per dieci ne è stata data notizia (25%). C'è sempre un margine d'incertezza dovuto sia alla diversa modalità con cui sono registrati gli illeciti (Comunicazione Notizia di Reato contro noti o anche contro ignoti, per persona denunciata o per singolo verbale che includa anche più denunciati) e soprattutto per quei casi che partono da un'iniziativa delle ONG, ma in cui viene chiamato ad intervenire una forza di polizia, quindi con un caso che rischia di essere contabilizzato due volte7, ciononostante abbiamo provato ad estrapolare un numero verosimile di denunciati per reati di caccia in Italia nel corso di 12 mesi. Questa cifra si aggirerebbe intorno alle 2.200-2.600 persone. Ma c'è un secondo dato che si può estrapolare. Negli ultimi anni tre organi di controllo hanno pubblicato informazioni relative al numero di persone denunciate sul totale di quelle controllate. Riprendendo questi dati emerge che a Brescia la vigilanza del WWF8 denunci penalmente un cacciatore ogni quattro controllati (25%), mentre per la Polizia Provinciale di Udine questo numero si aggiri su uno ogni undici (9%)9, stanti i 35 denunciati penalmente su 400. Per la Polizia Provinciale di Ragusa similmente nel 201410 su 683 controllati, 69 sono stati denunciati all'autorità giudiziaria per reati legati all'attività venatoria, quindi  il 10%. A parte il caso limite di Brescia, una possibile media di reati per cacciatore è di 1/9,5, parlando sempre di cacce alla selvaggina minuta, uccelli o piccoli mammiferi. Resterebbero esclusi da questa analisi quanti si occupano di caccia di selezione o agli ungulati, una percentuale sulla quale purtroppo non si dispongono dati. Oltre ai bracconieri sprovvisti di licenza. Per dare quindi conto dell'ordine di grandezze, considerando i 55 giorni di caccia a disposizione di ogni cacciatore di selvaggina minuta per anno, in Italia si commettono circa 2,5 milioni di reati venatori, di cui all'incirca lo 0,1 per cento viene denunciato.    

Area Stima min.-max. cacciatori di piccola selvagginaNumero reati compiuti (25% Brescia, 9,5% restanti aree) su 55 giorni di caccia
Brescia22.000 - 23.000302.500 - 316.250 
Restanti aree400.000 - 450.0002.095.238 - 2.357.142 
Totale 422.000 - 473.0002.397.738 - 2.673.392 

3.5 CONCLUSIONI

Non è un mistero che in Italia vi sia un forte malcostume venatorio e che la caccia (intesa come rifugio del bracconaggio) sia un continuo fattore di rischio per la biodiversità, che andrebbe limitato e controllato il più possibile, in modo da disinnescarne la pericolosità, tanto più se si considera l'importanza che ha la nostra penisola sia come canale migratorio per l'avifauna di buona parte del continente europeo, sia per ospitare popolazioni uniche di mammiferi come il camoscio d'Abruzzo, l'orso marsicano, il cervo sardo. Invece va osservato come la frequenza dei controlli venatori sia risibile se comparata al numero e alla presenza dei cacciatori sul territorio. Frequenza e qualità che andrebbero quindi aumentate, se non fosse che quello a cui stiamo assistendo negli ultimi anni è uno smantellamento progressivo del debole sistema di controlli e un allargamento delle maglie dell'attività venatoria.

Invece di rafforzare e professionalizzare la vigilanza, di rendere le pene un reale deterrente (le ammende non sono più aggiornate dal 1992), di stabilire una presenza minima di vigilanza sul territorio almeno nelle aree a più alta frequenza di bracconaggio, di estendere le funzioni di polizia giudiziaria alle GVV, al fine di allargare la platea degli organi di controllo, quello che l'ultimo governo si è riproposto di fare è smantellare o ridurre ai minimi termini la polizia provinciale, assorbire il CFS all'Arma dei Carabinieri con il rischio di perdere le specificità ambientali dei Forestali, introdurre la possibilità di non procedere per i giudici davanti a "reati bagatellari" (fra cui tutti quelli di caccia), aprire di fatto la caccia nei parchi nazionali come forma di "controllo faunistico", a discrezione degli enti parco (al cui interno si sono insediati negli anni numerosi esponenti del mondo venatorio), aprire la caccia agli ungulati tutto l'anno (nel caso toscano), o aprire la caccia a specie protette (nel caso Trentino-Alto Adige).  

Ci si chiede se alle spalle vi sia una minima analisi dei benefici ambientali e per la biodiversità dietro a tutti questi provvedimenti o non piuttosto una volontà di svendere il patrimonio naturale italiano al mondo venatorio, come forma di fare cassa o per convenienza politica.

Allo stesso tempo ci si chiede se serva raccogliere dati per iniziare a riempire il sistematico vuoto di informazioni che circonda la caccia (quanti sono i cacciatori? quanti sono i controllori? quanti esercitano veramente i controlli? quanti e quali animali sono uccisi ogni anno?), se poi la politica non ha bisogno di informazioni per decidere.   

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