Una rapida analisi della caccia illegale in Italia

1. Introduzione

Dal gennaio 2011 il CABS (Committee Against Bird Slaughter), in collaborazione con la LAC (Lega Abolizione Caccia) e le principali associazioni ambientaliste italiane, raccoglie su base giornaliera tutte le informazioni disponibili relative a reati commessi da cacciatori e bracconieri di nazionalità italiana ai danni della fauna selvatica. Dalla raccolta di questi dati viene compilato il “Calendario del Cacciatore Bracconiere”, una rassegna accurata dei crimini compiuti ai danni della biodiversità da chi persegue per lucro o divertimento gli animali selvatici.

Seppur perfettibile, questo calendario rappresenta al momento la più completa raccolta di informazioni sul fenomeno del bracconaggio. Obiettivo di questo lavoro è di tenere traccia e monitorare il fenomeno della caccia illegale, l’evoluzione delle sue forme, identificare il territorio dove più reati vengono commessi e analizzare l’impatto sulla biodiversità.

Qui di seguito presentiamo i risultati dei reati di caccia raccolti nel “Calendario del Cacciatore Bracconiere” 2014-2015.

2. Metodologia

Il lasso temporale a cui fa riferimento la presente raccolta di dati è 01/02/2014 fino al 31/01/2015, ovvero dal primo giorno di chiusura ufficiale della precedente stagione di caccia, fino all’ultimo giorno della stagione di caccia appena terminata.
I dati raccolti provengono da articoli di giornale, comunicati stampa delle forze preposte ai controlli venatori, newsletter del CFS e dai resoconti pubblicati dalle Guardie Venatorie Volontarie di WWF, ENPA, LAC, ANPANA, Legambiente, LIPU, nonché da osservazioni realizzate durante i Campi Antibracconaggio del CABS.
L’insieme delle fonti copre in maniera per lo più omogenea il territorio nazionale, ciononostante é da sottolineare che la maggior parte dei reati venatori non viene portato alla luce o – nella maggioranza dei casi – non viene segnalato alla stampa. La base di dati di cui si è a disposizione é quindi più che altro un campione, una rappresentazione di una piccola percentuale dei reati venatori realmente commessi. Ciononostante per la sua natura casuale, riteniamo che sia una rappresentazione sostanzialmente corretta, seppure in piccolo, del fenomeno "caccia-bracconaggio" a cui fa riferimento.
Per evidenziare i danni che il mondo venatorio arreca alla fauna selvatica, abbiamo selezionato solo i casi di bracconaggio che realmente e direttamente arrecano danno alla biodiversitá: ad esempio non abbiamo incluso i casi di infrazioni amministrative come la mancata annotazione della giornata, o la caccia a distanza ravvicinata da case e strade, violazioni a norme che puntano alla sicurezza , ma abbiamo raccolto solo infrazioni o reati relativi all’abbattimento di specie protette, caccia in aree protette, uso di fucili con piú munizioni del consentito ecc. In questo senso il “Calendario del Cacciatore Bracconiere” non è una disamina dell’illegalità venatoria tout court, quanto piuttosto un’analisi di quanto l’illegalità venatoria arrechi danno alla biodiversità.
Nella maggior parte dei casi è stato possibile attraverso le informazioni fornite dalla fonte ottenere tutti i dati necessari per la successiva analisi; in alcuni casi invece la fonte era lacunosa sui fatti, responsabili o località: in questi
casi abbiamo tentato di ricostruire a senso o su base probabilistica quanto avvenuto.

3. Risultati

3.1 IL FENOMENO DEL BRACCONAGGIO

Numero dei casi: nel 2014-2015 sono stati raccolti un totale di 706 casi di reati rilevanti contro la fauna selvatica, 158 in più dell'anno precedente, quindi con un aumento del 28,8%. Questi hanno coinvolto 1.594 persone, contro le 1.133 dell'anno precedente, con un aumento quindi del 40,7%.

Categoria di fauna colpita: di queste 1594 persone il 67% (1067) erano a caccia di uccelli nell’atto di bracconare, mentre il 23% (356) era a caccia di mammiferi. Un ulteriore 9% (145 persone) sono state sorprese a bracconare indistintamente mammiferi e uccelli. Questi dati non si discostano significativamente da quelli dell'anno precedente. E' riconfermato il fatto che la caccia agli uccelli si svolge molto più comunemente al di fuori delle regole della caccia ai mammiferi.

 

Tipologia di reato: in relazione all'anno precedente nella stagione appena trascorsa sono aumentati i casi di ritrovamento di lacci, reti, trappole e velenoi. Dal 12% (189 casi) del 2013-14, quest'anno si è saliti al 18% (291 casi). In compenso sono diminuiti i casi di uso di fonofil/richiamo elettromagnetico. Nell'anno passato erano il 21% (326), quest'anno si è scesi al 18% (284 casi).

E' rimasto stabile invece l'abbattimento delle specie protette e particolarmente protette: 31% contro il 32% dell'anno appena concluso. Diminuiti proporzionalmente anche gli altri crimini, come la caccia nei parchi e nelle zone protette (dal 12% all'8%) e l'uso di armi modificate (con più di tre colpi o con silenziatore). Dimezzati anche i casi di caccia notturna (101 casi contro gli attuali 42). In aumento invece la caccia in periodo di divieto (227 contro 161 dell'anno precedente) e l'uso di uccelli da richiamo di provenienza illecita (47 contro 13).

Specie particolarmente protette: escluse le migliaia di piccoli passeriformi particolarmente protetti che sono stati rinvenuti abbattuti o trappolati nel corso dell'anno, gli animali “bandiera” uccisi nel 2014 e 2015 dalla caccia e di cui è rimasta traccia (purtroppo solo la punta di un enorme iceberg) appartengono a 23 specie.
Fra questi si annoverano 1 orso marsicano abbattuto a Pettorano sul Gizio e 23 lupi (13 uccisi a fucilate, 7 con veleno e 3 con i lacci). Fra gli uccelli invece 2 aquile reali, 4 astori, 8 falchi pellegrini, 1 lanario, 1 smeriglio, 2 falchi pescatori, oltre a decine di falchi di palude, poiane, gheppi, falchi pecchiaioli. Fra gli strigiformi 1 civetta, 2 gufi comuni, 1 gufo di palude e 2 barbagianni. A questi si aggiungono 1 cicogna nera, 1 cicogna bianca, 1 gru, 3 fenicotteri, 3 ibis sacri e l'annuale ibis eremita, abbattuto puntualmente in provincia di Livorno.
Ovviamente se i dati concernenti numero e specie di esemplari feriti da armi da fuoco consegnati ai centri di recupero fauna selvatica venissero raccolti e messi a disposizione su base annua, questi numeri salirebbero di molto.

Da segnalare come sia sempre ben costante e radicata la pratica di bracconare i cardellini con reti e zimbelli o richiami; le due aree di maggior diffusione sono la Sicilia e tutto il centro e sud Italia, percorso sistematicamente da uccellatori principalmente napoletani. Nel 2014 sono stati registrati un totale di 53 casi di cattura di cardellini. Nella media i sequestri, una volta fermato l'uccellatore, rivelavano la cattura giornaliera di 30,8 uccelli, mentre nei grandi mercati, in primis quello di Ballarò a Palermo, ogni giorno ne vengono venduti 300-400. Questa pratica assume i connotati di una vera professione illecita, il "cardellaro", considerando come la maggioranza delle persone denunciate nel 2014 abbia numerosi precedenti specifici: le forze dell'ordine segnalano come sia una regola arrivare a denunciare questi individui per tre volte consecutive.

3.2 CHI E' IL BRACCONIERE

Responsabili: i reati venatori sono compiuti per il 78% da cacciatori, ovvero persone in possesso di licenza di caccia o che l’hanno avuta in un recente passato. In alcuni casi, in cui il responsabile del reato non era chiaro, all’interno dell’animale abbattuto sono stati comunque rinvenuti pallini usati comunemente per la caccia, il che lascia propendere per un’attribuzione del reato a un cacciatore. Nel 19% dei casi, la persona rinvenuta colpevole del reato non aveva licenza di caccia, ovvero era un bracconiere puro. Nel 3% dei casi non è stato rinvenuto il responsabile del reato e quindi non è stata attribuita a nessuna delle due categorie la responsabilità del reato. Nel 2013-14 il rapporto era 81%-15%. Da notare quindi come il dato sottolinii un aumento dei casi di bracconaggio non legato all'attività venatoria, in sintonia con l'aumento di casi di trappolaggio segnalati più sopra. Questo non significa che meno cacciatori abbiano delinquito: nel 2013-14 erano stati 913 i cacciatori responsabili di crimini verso la natura, nell'anno appena concluso il totale è salito a 1.241.

3.3 TEMPI E ZONE DEL BRACCONAGGIO

Periodo: coerentemente con quanto rilevato precedentemente, il 78% dei reati venatori vengono commessi e scoperti durante la stagione di caccia, mentre solo il 22% nel periodo che va da febbraio ad agosto inclusi. Nei tre mesi di massima migrazione degli uccelli fra settembre e novembre sono stati perpetrati e riscontrati il 58% di tutti i reati commessi nel corso dei 12 mesi, a dimostrazione del fatto che il bracconaggio in Italia sia ancora legato all'uccellagione, ovvero si sviluppi quando si ha l'opportunità di catturare o abbattere numerose quantità di uccelli.

Reati per provincia: i reati venatori si distribuiscono su praticamente tutto il territorio nazionale con 93 province interessate su 110. La provincia di Brescia si attesta ancora una volta come il principale territorio di bracconaggio italiano con ben il 12% di tutti i casi commessi e riscontrati in Italia, a maggior ragione se si considera che comunemente i reati riscontrati in altre province vanno “addebitati” a cacciatori provenienti da Brescia.

Come nell'anno precedente, dopo Brescia viene Salerno, Reggio Calabria, Cagliari, Ragusa e Caserta. Qui una breve lista delle province con il maggior numero di reati venatori:
Brescia
: 12%
Salerno
: 8%
Reggio Calabria
: 7%
Cagliari
: 4%
Ragusa
: 4%
Caserta
: 4%
Foggia
: 4%

Di queste sette province con la "maglia nera", sei sono le stesse che si erano contraddistinte per il bracconaggio nell'anno precedente, confermando così la loro "vocazione".

 

Reati per regione: conseguentemente le regioni che si guadagnano la maglia nera del bracconaggio – ma allo stesso tempo la maglia bianca del più alto tasso di reati scoperti – sono la Campania (18%), la Lombardia (16%), la Calabria (11%), la Sicilia (10%), la Puglia (8%), la Toscana (7%) e la Sardegna (6%). Seguono le Marche e Lazio con entrambe il 4% dei reati, poi il Veneto e l'Emilia Romagna col 3%. Non ne esce pulita quest'anno neanche la Val d’Aosta, dove vi è stata quest'anno una denuncia per detenzione e commercio di specie di uccelli protette bracconate.

Su base regionale la Sardegna, la Basilicata e il Friuli Venezia Giulia sono le sole regioni dove i bracconieri sono più numerosi dei cacciatori (ovvero chi commette reati non è provvisto di licenza di caccia). Nel resto d’Italia sono i cacciatori a bracconare.

 

 

4. ANALISI DELLA VIGILANZA VENATORIA

Nel 2014-15 per la prima volta abbiamo preso in considerazione non solo le tipologie di reato e la loro distribuzione, ma anche quale forza di polizia o ONG abbia svolto le operazioni, al fine di tracciare un quadro sulla vigilanza venatoria.

Quello che emerge da questi dati è l'importanza fondamentale che riveste il volontariato ambientale nella repressione del bracconaggio. In un anno il 37% dei casi riportati (o 38% delle persone denunciate, 546) hanno visto la partecipazione e sono partiti da un'iniziativa delle guardie venatorie volontarie, zoofile o ecozoofile, sia che la successiva denuncia sia stata redatta dalle stesse guardie o invece con il supporto di agenti di polizia giudiziaria (CFS, Polizia Provinciale, Carabinieri, Polizia). Il numero più alto di persone denunciate per bracconaggio provengono invece da controlli effettuati in autonomia dal Corpo Forestale dello Stato (24%, 340 persone)i, a cui si aggiungono le 131 denunce realizzate dal NOA (lo speciale Nucleo Operativo Antibracconaggio del CFS attivo con operazioni mirate a Reggio Calabria, Brescia, Caserta, Latina e Foggia) che porta a 33% il contributo che il CFS dà alla lotta al bracconaggio. Seguono i controlli della Polizia Provinciale, che contribuiscono con il 18% (250 persone denunciate)ii. Inaspettato il ruolo dei Carabinieri, che, seppure non sia un corpo specializzato nella repressione di reati di caccia, di fatto ha contribuito con un importante 6% (106 persone denunciate) all'antibracconaggio. Seguono poi operazioni congiunte fra vari organi di polizia (3%) e i contributi minori della Polizia di Stato (1%) e dei Guardia Parco dei vari Enti Parco.

La frequenza e l’intensità dei controlli non sono evidentemente però uniformi in tutte le province e le regioni: mentre vi sono amministrazioni che investono notevolmente sull’antibracconaggio, vi sono regioni intere dove i controlli sono scarsi o addirittura assenti. In molti casi - delle due forze di polizia deputate al controllo della caccia, Corpo Forestale dello Stato e Polizia Provinciale - solo una si dedica ai controlli venatori, mentre l'altra non opera per nulla, o - nel migliore dei casi - non comunica i risultati.

I tre casi qui sopra esposti delle province di Foggia, Cosenza e della regione Sicilia esemplificano bene il fenomeno della non omogeneità dei controlli sul territorio. Nella provincia di Cosenza emerge negli anni la meritevole attività del corpo di Polizia Provinciale (19 bracconieri denunciati nel 2014-15), a cui fa da contraltare l'inattività del Corpo Forestale dello Stato con sole 3 denunce riportate alla stampa. Il rapporto di produttività dei due nuclei in termini di antibracconaggio è così dell'86% contro il 14%.

Nella provincia di Foggia, a valutare dagli interventi svolti dalla Polizia Provinciale e dal Corpo Forestale (20 persone denunciate dal CFS e una dalla Provinciale), si direbbe che il bracconaggio sia sotto controllo. Il sopraggiungere del NOA invece per pochi giorni in inverno porta il numero delle persone denunciate a 55, con un contributo di questo nucleo del 62%. E' evidente allora che il bracconaggio è rampante nella provincia (come denunciato da tempo dalle ONG), ma che la polizia provinciale e le stazioni locali del CFS non stanno effettuando controlli appropriati.

Discorso simile sembra valere per la Sicilia, dove la metà delle denunce contro noti (49%) è fatta dalla Polizia Provinciale di Ragusa, l'unica Provinciale attiva in materia di caccia. Il resto delle denunce è dovuto ai Carabinieri (20%) e a due soli interventi del NOA (15 persone denunciate in 2 giorni, 13%). Che cosa fanno dunque in materia di caccia i forestali del Corpo della Regione Sicilia? Ebbene si direbbe ben poco, se siamo a conoscenza di solo 21 denunce (18%) nel corso di un anno per l'intera regione.

Caso ancora più grave è quello di Livorno, una provincia in cui in un anno solo tre persone sono state denunciate per crimini di caccia, due dal CFS e una in un intervento congiunto di forestale e provinciale. Si direbbe quindi che non vi sia bracconaggio a Livorno, invece il Centro Recupero della LIPU riporta decine di rapaci sparati consegnati mensilmente, sul territorio si rinvengono comunemente lacci e veleno, oltre che lupi uccisi e il responsabile del progetto Waldrapp, ricorda come nel territorio di Livorno siano stati uccisi ben 4 ibis eremita negli ultimi anni. Lo stesso scrive: "La provincia di Livorno sembra essere un’area con un tasso di bracconaggio eccezionalmente elevato". Evidentemente mancano i controlli a Livorno.

5 ANALISI DEI DATI E CONCLUSIONI

L'articolo 33 della legge 157/92 stabilisce che

1. Nell’esercizio delle funzioni amministrative di cui all’articolo 9 le regioni, entro il mese di maggio di ciascun anno a decorrere dal 1993, trasmettono al Ministro dell’agricoltura e delle foreste un rapporto informativo nel quale, sulla base di dettagliate relazioni fornite dalle province, è riportato lo stato dei servizi preposti alla vigilanza, il numero degli accertamenti effettuati in relazione alle singole fattispecie di illecito e un prospetto riepilogativo delle sanzioni amministrative e delle misure accessorie applicate. A tal fine il questore comunica tempestivamente all’autorità regionale, entro il mese di aprile di ciascun anno, i dati numerici inerenti alle misure accessorie applicate nell’anno precedente.

2. I rapporti di cui al comma 1 sono trasmessi al Parlamento entro il mese di ottobre di ciascun anno.

 

Se questo resoconto venisse fatto da tutte le regioni e con regolarità, la presente ricerca non avrebbe motivo di esistere. Questo rapporto non risulta invece venire redatto a livello nazionale e in mancanza di dati ufficiali, non resta che affidarsi alla presente base di dati.
Certo, il principale limite di ogni ricerca che tenti di decifrare il fenomeno del bracconaggio a partire dalle comunicazioni che le autorità preposte al suo controllo volontariamente ne danno, è la scarsa uniformità delle fonti. Sebbene sia poco probabile che in una regione con alto tasso di bracconaggio non vi sia nessuna forza dell'ordine o ONG che lo combatta e quindi poche operazioni antibracconaggio generalmente dovrebbero significare poca intensità del bracconaggio nell'area, vi sono forti sospetti che questa equivalenza non sia sempre valida. Di fatto, quello che questo calendario sta monitorando è l'impegno antibracconaggio delle forze di polizia/ONG italiane e, solo di riflesso, il fenomeno del bracconaggio.
Ciononostante quello che con chiarezza emerge dalla revisione dei casi qui trattati è la radicatezza del fenomeno della caccia illegale, che si presenta con continuità e regolarità sul territorio. L'aumento dei casi riportati ogni anno, ma soprattutto la ripetitività degli stessi - il fatto che aumentino i casi di recidiva con precedenti specifici, che le stesse persone vengano colte regolarmente a ripetere lo stesso reato - è la spia d’allarme di un sistema giuridico/sanzionatorio che non funziona. Lo favorisce la scarsità e poca omogenietà dei controlli sul territorio e sanzioni che non fungono più da deterrente. D’altronde gli importi di queste ammende, stabiliti nel 1992, non sono mai più stati aggiornati. I cacciatori in sostanza – come anche dichiarano pubblicamente nei loro forum – preferiscono bracconare (cacciare in parchi, sparare a specie protette o con l’aiuto del registratore) e correre il rischio una tantum di pagare un’ammenda, piuttosto che attenersi alle regole e accontentarsi di poche prede legalmente abbattute.
Proprio per ovviare a questa situazione di diffusa illegalità, avere un quadro completo del bracconaggio e raggiungere uno standard minimo di controllo della caccia sul territorio, è imprescindibile che il Ministero dell'Agricoltura torni ad esigere i dati dalle Regioni e a pubblicare su base annua il resoconto sulle attività di vigilanza (di cui all'art. 33, 157/92). Il fenomeno del bracconaggio è sempre più incancrenito sul territorio e non si vede ancora nessuna strategia nazionale per proteggere la biodiversità da queste aggressioni.

Note

1. In totale sono state riportati solo 9 casi di uso del veleno.
2. In questo termine si includono specie cacciabile, ma abbattute in un periodo in cui non lo sono e specie non cacciabili, ma che godono di un livello di protezione inferiori, come ad esempio il fringuello e la peppola, il cui abbattimento illegale è comune nelle province di Brescia e Bergamo. Con specie particolarmente protette si intendono non solo quelle di cui all'art.2 della 157/92 , ma anche quelle inserite nelle Convenzioni internazionali di cui l'Italia è firmataria.

3. Nel 2012 erano 560 le persone denunciate, 478 nel 2013, secondo fonti ufficiali (Dott. Isidoro Furlan, 5° Corso Dirigenti del Corpo Forestale dello Stato, Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno, Roma, 27 gennaio – 7 maggio 2014, Tesi I Macroarea, “Nuove linee di conduzione della lotta e del contrasto al bracconaggio nel C.F.S.: aspetti normativi, giurisprudenziali e attività operative”). Il nostro campione copre quindi circa il 70% dell'operatività totale del CFS.

4. La Polizia Provinciale non è distribuita uniformemente sul territorio nazionale e molte province non la hanno per nulla o non la dedicano ai controlli venatori. Da aggiungersi che sul territorio nazionali a fronte di 7.500 forestali, vi sono solo 2.500 agenti di polizia provinciale.

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Analisi_dati_caccia_illegale_in_Italia_2014-2015.pdf

Consulta la base di dati nel calendario

calendario_cacciatori_bracconieri_2014-2015.pdf

Consulta il calendario dei crimini dei cacciatori bracconieri 2014/2015

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