Analisi della caccia illegale in Italia

1. Introduzione

Dal gennaio 2011 il CABS (Committee Against Bird Slaughter), in collaborazione con la LAC (Lega Abolizione Caccia), raccoglie su base giornaliera tutte le informazioni disponibili relative a reati commessi da cacciatori e bracconieri di nazionalità italiana ai danni della fauna selvatica.

Dalla raccolta di questi dati viene compilato il cosiddetto “Calendario del Cacciatore Bracconiere”, che, seppur di gran lunga perfettibile, rappresenta la più completa rassegna del fenomeno del bracconaggio disponibile al momento.

Obiettivo di questo lavoro è di tenere traccia e osservare il fenomeno della caccia illegale, l’evoluzione delle sue forme, idenitificare il territorio dove più crimini vengono commessi e analizzare l’impatto sulla biodiversità.

Qui di seguito presentiamo i risultati dei crimini di caccia raccolti nel “Calendario del Cacciatore Bracconiere” 2013-2014.

2. Metodologia

Il lasso temporale a cui fa riferimento la presente raccolta di dati è 01/02/2013 fino al 31/01/2014, ovvero dal primo giorno di chiusura ufficiale della precedente stagione di caccia, fino all’ultimo giorno della stagione di caccia appena terminata.

I dati raccolti provengono da articoli di giornale, comunicati stampa delle forze preposte ai controlli venatori, newsletter del CFS e dai resoconti pubblicati dalle Guardie Venatorie Volontarie di WWF, ENPA, LAC, ANPANA, Legambiente, LIPU, nonché da osservazioni realizzate durante i Campi Antibracconaggio del CABS.

L’insieme delle fonti copre in maniera per lo più omogenea il territorio nazionale, ciononostante é da sottolineare che la maggior parte dei crimini venatori non viene detectato o – nella maggioranza dei casi – non viene segnalato alla stampa. La base di dati di cui si è a disposizione é quindi più che altro un campione, una rappresentazione di una piccola percentuale dei crimini venatori realmente commessi. Ciononostante per la sua natura casuale, riteniamo che sia una rappresentazione corretta, seppure in piccolo, del reali fenomeni a cui fa riferimento.

Per evidenziare i danni che il mondo venatorio arreca alla fauna selvatica, abbiamo selezionato solo i casi di bracconaggio che realmente e direttamente arrecano danno alla biodviersitá: ad esempio non abbiamo incluso i casi di infrazioni amministrative come la mancata annotazione della giornata, o la caccia a distanza ravvicinata da case e strade, violazioni a norme che puntano alla sicurezza della caccia, ma abbiamo raccolto infrazioni o reati relativi all’abbattimento di specie protette, caccia in aree protette, uso di fucili con piú munizioni del consentito ecc. In questo senso il “Calendario del Cacciatore Bracconiere” non è una disamina dell’illegalità venatoria tout court, quanto piuttosto un’analisi di quanto l’illegalità venatoria arrechi danno alla biodiversità.

Nella maggior parte dei casi è stato possibile attraverso le informazioni fornite dalla fonte ottenere tutti i dati necessari per la successiva analisi; in alcuni casi invece la fonte era lacunosa sui fatti, responsabili o località e, se non è stato possibile ricostruire a senso o su base probabilistica, si è dovuto rinunciare ad inserire il caso.

 

3. Risultati

Numero dei casi: nel 2013-2014 sono stati raccolti un totale di 548 casi di crimini rilevanti contro la fauna selvatica, che hanno coinvolto 1133 persone.

Categoria di fauna colpita: di queste 1133 persone il 70% (818 persone) era a caccia di uccelli nell’atto di bracconare, mentre il 30% (356) era a caccia di mammiferi. (1)

 

Tipologia di reato: sono due i reati commessi più frequentemente dai cacciatori/bracconieri. L’uso dei richiami elettromagnetici per attrarre più facilmente gli uccelli a portata di fucile (22% dei casi) e l’abbattimento di specie superprotette (2) (20%). Segue la caccia in zona di divieto (12%), la caccia a specie protette (3) (11%), la caccia con lacci, reti, trappole e tagliole (11%), la caccia in periodo di divieto (10%), la caccia notturna (6%), la caccia con fucili alterati, contenenti più di 3 colpi o con matricola abrasa, silenzatore o altro (5%). Riportati raramente sono i casi di uso di veleno (nonostante il problema sia diffuso e di enorme impatto sulla fauna selvatica), di caccia dalle automobili e di superamento dei limiti giornalieri di abbattimenti (tutte queste categorie ferme all’1%).

Responsabili: i reati venatori sono compiuti per l’80,6% da cacciatori (4), ovvero persone in possesso di licenza di caccia o che l’hanno avuta in un recente passato. In alcuni casi, in cui il responsabile del reato non era chiaro, all’interno dell’animale abbattuto sono stati comunque rinvenuti pallini usati comunemente per la caccia, il che lascia propendere per un’attribuzione del reato a un cacciatore. Nel 15,5% dei casi, la persona rinvenuta colpevole del reato non aveva licenza di caccia. Nel 3,9% dei casi non è stato possibile attribuire a nessuna delle due categorie la responsabilità del reato.

Periodo: coerentemente con quanto rilevato precedentemente, l’80% dei reati venatori vengono commessi e scoperti durante la stagione di caccia, mentre solo il 20% nel periodo che va da febbraio ad agosto inclusi. Solo fra ottobre, novembre e gennaio sono stati riscontrati il 60% di tutti i reati commessi nel corso dei 12 mesi

Reati per provincia: i reati venatori si distribuiscono su praticamente tutto il territorio nazionale con 90 province interessate su 110. Come sempre la provincia di Brescia si attesta come il principale territorio di bracconaggio, a maggior ragione se si considera che in alcuni casi i reati riscontrati in altre province vanno “addebitati” a cacciatori provenienti da Brescia. Qui una breve lista delle province con il maggior numero di reati venatori:

Brescia: 8%

Salerno: 7%

Caserta: 5%

Bergamo: 5%

Reggio Calabria: 5%

Foggia: 4%

Cosenza: 3%

Cagliari: 3%

Lecce: 3%

Napoli: 3%

È da notare che le province di Cagliari, Firenze, Bolzano sono quelle in cui, su una base di dati sufficientemente ampia, emerge che i reati venatori vengono compiuti principalmente da persone sprovviste da licenza di caccia, mentre in casi come Brescia, Bergamo, Caserta, Reggio Calabria e Foggia la maggioranza assoluta dei reati sono commessi da cacciatori in ordine con la licenza.

Reati per regione: conseguentemente le regioni che si guadagnano la maglia nera del bracconaggio – ma allo stesso tempo la maglia bianca del più alto tasso di reati scoperti – sono la Campania (17%), la Lombardia (15%), la Puglia (11%)e la Calabria (10%). Seguono la Toscana con il 4% dei reati, e Lazio, Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Veneto, Sicilia e Abruzzo rispettivamente col 3%. La regione più virtuosa è la Val d’Aosta, dove non vi sono riscontri di nessun tipo per il bracconaggio. Su base regionale la Sardegna è la sola regione dove i bracconieri sono più numerosi dei cacciatori (ovvero chi commette reati non è provvisto di licenza di caccia), mentre il Trentino ha un rapporto numerico uguale fra cacciatori e bracconieri sorpresi in atti di bracconaggio. Nel resto d’Italia sono i cacciatori a bracconare.

Specie superprotette: esclusi i piccoli passeriformi superprotetti, gli animali “bandiera” uccisi nel 2013 e 2014 dalla caccia e di cui è rimasta traccia (purtroppo solo la punta di un enorme iceberg) sono 171.

Fra questi spiccano 2 orsi (uno alpino ucciso a fucilate e uno marsicano con il veleno) e 21 lupi (11 uccisi a fucilate, 4 con veleno e 6 con i lacci), 4 cervi della sottospecie sarda, 121 rapaci, 4 trampolieri, 4 rapaci notturni (gufi e allocchi), 1 fenicottero, 2 cigni, 3 corvi imperiali, 2 aironi e 7 ibis (fra i quali gli ibis eremita allevati a mano provenienti dal progetto austriaco di reintroduzione della specie). Se i dati dei centri di recupero fauna selvatica venissero raccolti e messi a disposizione su base annua, questi numeri salirebbero di molto. Purtroppo al momento questi dati non sono disponibili.

Analisi dei dati

Dal campione preso in analisi nel presente studio emergono numerose criticità, legate alla gestione della caccia e alla lotta al bracconaggio in Italia. Il fatto che più dell’ 80% dei reati venatori più gravi vengano compiuti da cacciatori veri e propri (spesso salta all’occhio nelle cronache come si tratti anche di esponenti delle istituzioni, o rappresentanti delle più importanti associazioni venatorie nazionali) dimostra come il fenomeno della “malacaccia” sia endemico e “istituzionalizzato” in Italia: non vi è una percezione diffusa del danno arrecato dal bracconaggio al patrimonio naturale collettivo e in questo senso non vengono prese né dalle amministrazioni, né dalla politica delle misure - culturali e giuridiche - volte a contrastare efficacemente il bracconaggio o a isolare i bracconieri. Non è un caso che tutti i tentativi di cambiamento delle leggi sulla caccia succedutisi negli ultimi anni sono stati volti a depenalizzare i reati e allargare le maglie delle norme, piuttosto che a rendere efficaci i sistemi di controllo e di repressione dell’illegalità. La connessione fra caccia e illegalità è sottolineata dal fatto che l’81% dei reati venatori vengano commessi durante la stagione di caccia, fatto che spiega l’avversione da parte delle associazioni di protezione dell’ambiente per ogni ipotesi di estensione della stagione di caccia: durante la stagione di caccia, i reati aumentano esponenzialmente.

Il bracconaggio si rivolge principalmente agli uccelli migratori, evidentemente ancora considerati “res nullius” dai cacciatori e non inseriti in una logica di rispetto e di sostenibilità pan-europea. In questo senso la dicotomia specie stanziali da gestire/specie migratrice da sfruttare al massimo è ancora ben radicata nella mentalità venatoria corrente.

Non a caso i cacciatori italiani sono famosi per la loro voracità durante i viaggi all’estero: camion con tonnellate di uccelli uccisi durante i viaggi di turismo venatorio vengono regolarmente intercettati alle dogane nei paesi dell’est europeo (principalmente Albania, Romania, Croazia), come unica prova dei massacri compiuti dai cacciatori italiani all’estero. Ha fatto scalpore la decisione presa pochi mesi fa dal governo albanese di chiudere la caccia per due anni su tutto il territorio nazionale principalmente come misura per far riprendere la fauna dalla voracità dei cacciatori italiani in trasferta.

Le aree dove la malacaccia è più radicata sono la Campania, la Lombardia, la Puglia e la Calabria, regioni in cui si pratica la caccia ai piccoli uccelli. Questa forma di abbattimenti, che punta ad ottenere carnieri grandi in poche ore, costituisce la parte numericamente più consistente del bracconaggio italiano. Di conseguenza i reati più riscontrati sono l’utilizzo dei richiami elettromagnetici e l’abbattimento di specie di uccelli protette o superprotette. I vietatissimi richiami elettromagnetici che la tecnologia odierna ha reso di facilissimo accesso sono ormai ubiquitari (oltre ad essere pubblicizzati spudoratamente nei siti web di caccia e su riviste venatorie). Questi, che permettono ai cacciatori di attrarre facilmente gli uccelli a portata di fucile e di abbattere decine di esemplari in poche ore, così come una rapidità di spostamento e accessibilità del territorio sono fra i fattori che rendono di grande impatto la caccia sull’avifauna. A questo si aggiunge lo stato di assedio che vivono le aree protette italiane, dove regolarmente i cacciatori vengono sorpresi: il parco d’Abruzzo ha visto numerosi casi di bracconaggio ai cervi e lupi nel suo territorio, mentre il parco del Cilento, le Murge, le Madonie, l’Aspromonte, il Velino Sirente sono utilizzati regolarmente dai cacciatori per battute di caccia.

La ripetitività e prevedibilità è una costante del bracconaggio italiano e la spia d’allarme di un sistema giuridico/sanzionatorio che non funziona. Quando gli stessi cacciatori vengono sorpresi negli stessi luoghi ripetutamente a commettere crimini, quando la vigilanza sorprende i cacciatori ripetutamente e con regolarità in un’area di divieto, quando un mezzo proibito come il richiamo elettromagnetico viene rinvenuto come strumento regolare di caccia, tanto da essere pubblicizzato su siti e riviste venatorie, risulta evidente come le sanzioni non fungano da deterrente sufficiente e i controlli siano scarsi. D’altronde la grande maggioranza dei reati venatori sono oblazionabili, ovvero estinguibili con il pagamento di un’ammenda, e i massimali di queste ammende, stabiliti nel 1992, non sono mai stati aggiornati. I cacciatori in sostanza – come anche dichiarano pubblicamente nei loro forum – preferiscono bracconare (cacciare in parchi, sparare a specie protette o con l’aiuto del registratore) e correre il rischio di pagare un’ammenda, piuttosto che attenersi alle regole e accontentarsi di carnieri ridotti. A questo clima di illegalità contribuiscono gli scarsi controlli messi in opera dalle amministrazioni. Questi sono per lo più episodici e gli stessi cacciatori non fanno mistero del fatto che essere controllati una volta ogni 2-3 anni è la regola. L’unico corpo che si occupa intensivamente del bracconaggio è il Nucleo Operativo Antibracconaggio del Cfs, che nel nostro campionario in soli due mesi di lavoro ha denunciato 149 persone per bracconaggio su Brescia, Foggia e Caserta su un totale di 1133 (13% di tutti i casi riportati dalle restanti autorità e dalla vigilanza venatoria)(5), a dimostrazione del fatto che il bracconaggio è fortemente presente e che richiede un impegno continuativo.

 

Note

1. Il totale è superiore a 1133 individui, in quanto é possibile che il cacciatore pratichi la caccia a piccoli mammiferi (lepri e conigli) e agli uccelli allo stesso tempo. In questo caso il delitto rilevato è stato riportato in entrambe le categorie.

2. Con supeprotette non si intendono solo quelle espressamente listate nell’articolo 2 della 157/92, ma anche quelle comprese nelle Convenzioni internazionali per la protezione dell’avifauna.

3. In questo termine si includono specie cacciabile, ma abbattute in un periodo in cui non lo sono e specie non cacciabili, ma che godono di un livello i protezione inferiori, come ad esempio il fringuello e la peppola, il cui abbattimento illegale è comune nelle province di Brescia e Bergamo.

4. Questo dato non si discosta molto da quanto rilevato da Gariboldi, Andreotti e Bogliani in “La conservazione degli uccelli in Italia” (2004), dove a pag. 113 affermano che l’85% dei reati di bracconaggio sono commessi da persone provviste di licenza di caccia.

5.  Vi è da considerare che il NOA ha riportato alla stampa la quasi totalità di interventi condotti, mentre le notizie riportate dai nuclei di polizia provinciale e dai comandi della forestale sono probabilmente sporadici.

Consulta la base di dati nel calendario

calendario_cacciatori_bracconieri_2013-14.pdf