Nocivo sarai tu

 
Nell’applicare le leggi in materia di fauna selvatica, Regioni, Province ed Enti locali sono quasi sempre più attenti agli interessi economici e della lobby dei cacciatori, che agli interessi collettivi, di tutela dell’ambiente e del patrimonio indisponibile dello stato, costituito dalla fauna selvatica.
Il quadro normativo protegge la fauna selvatica individuandola come bene indisponibile dello Stato, e stabilisce coerentemente il principio che eventuali danni causati da questa vengano prevenuti,
controllati o risarciti in denaro, e non evitati con il sistema dello sterminio.
L’art. 19 della L.157/92 prevede, nel caso di gravi interferenze della fauna selvatica sulle principali attività produttive umane e per ragioni sanitarie, che il controllo della fauna selvatica debba avvenire mediante interventi di tipo ecologico.
Solo quando sia verificata l’inefficacia dei metodi ecologici, le Regioni possono autorizzare piani di abbattimento.
In realtà gli interventi ecologici non sono attuati né tantomeno studiati da nessuno, poiché a nessuno interessano, e l’unico metodo universalmente utilizzato è l’uccisione sistematica e continua degli animali.
La visione antropocentrica, ancora predominante, affronta il problema della convivenza dell’uomo con gli altri animali a partire da posizioni decisamente punitive nei confronti di questi ultimi. L’atteggiamento antropocentrico porta così a “gestire” l’ambiente e gli animali non a partire dal rispetto delle loro individualità, ma solo nell’intento di realizzare il maggior profitto per gli esseri umani. Alle specie che causerebbero “danni” alle attività umane, oggi si sono aggiunte anche quelle alloctone (cioè di origine estranea al territorio), colpevoli solo di essere state importate, vendute, introdotte, commercializzate. Per queste è stato inventato un termine sinistro: ERADICAZIONE.
Gli interventi di controllo e abbattimento attuati dagli Enti Pubblici sono azioni estemporanee, schizofreniche e fini a se stesse, tra continue immissioni che stravolgono gli equilibri ambientali e abbattimenti che peggiorano la situazione anziché migliorarla; puri esercizi di tecniche di gestione, in assenza totale di uno studio e un progetto complessivo. La difesa della biodiversità non può essere condotta con azioni così estemporanee, ma deve avere come condizione preliminare una scelta politica complessiva, in direzione della salvaguardia della fauna selvatica e del relativo territorio nel suo insieme; altrimenti diventa solo un’occasione per sperimentazioni tecnicistiche.
Le minacce alla diversità biologica sono moltissime, e non vengono combattute là dove sarebbe semplicissimo e non costerebbe nulla: anzi, porterebbe a risparmio di denaro per la collettività. Basti pensare a ripopolamenti, spesso con specie importate dall’estero, ai lanci di selvaggina pronta caccia, ai grandi interessi venatori o commerciali, o ai danni ambientali delle attività umane.
Le azioni che hanno messo e continuano a mettere a repentaglio la diversità biologica sono, per dirla con Rachels, il frutto di una concezione pre darwiniana, e quindi pre scientifica, del posto che spetta all’uomo nella natura.
Può sembrare un paradosso, ma la difesa della diversità biologica può coesistere, e di fatto coesiste, con questa mentalità pre scientifica.
Noi affermiamo che la convivenza con le specie selvatiche è possibile, e che i cruenti interventi che tendono a diminuire il numero degli animali “nocivi ed in eccesso” sono ingiusti ed inutili, ed oltretutto causano spesso più danni di quelli ai quali vorrebbero porre rimedio.
Riteniamo sia possibile alzare il livello di tolleranza verso le specie selvatiche che possono interferire con l’uomo; persino le pratiche agricole si stanno sempre più evolvendo verso forme più rispettose della vita e del benessere animale.
Pensiamo che si debba evolvere verso una filosofia che tenda alla ricerca di soluzioni nuove, a rimuovere le cause, per governare in modo nonviolento gli inevitabili conflitti che insorgono tra popolazioni animali.
L’atteggiamento di privilegiare interventi nonviolenti dovrebbe, specialmente nel movimento ambientalista, configurare una ricchezza e non un limite, perché potrebbe stimolare la discussione su quale ruolo sia giusto assumere nei confronti degli animali: se cioè, in nome dell’interesse economico oppure anche dell’ambientalismo, sia ancora lecito considerarli puri oggetti a nostra disposizione o se non dobbiamo invece incominciare a pensare agli animali come a soggetti di diritto.

Fermiamo subito il massacro della volpe e dei cuccioli in tana autorizzata dalla Regione Lombardia in Provincia di Brescia

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