Calendario 2014

Alcune specie animali hanno con gli umani un rapporto non facile: pur non rientrando tra le specie domestiche, vivono a stretto contatto o in rapporto con la popolazione umana.

Alla base di questo rapporto problematico c’è sempre una condizione che altera l’equilibrio naturale: in Natura, gli animali selvatici si regolano da soli, non c’è alcun bisogno di “gestirli”.

Quando però, per svariati motivi, il cibo a disposizione è più abbondante di quanto dovrebbe (perché fornito apposta dai cacciatori, per esempio, o per l’accumularsi di scarti e rifiuti a margine delle città, o per la presenza di concentrazioni di coltivazioni o vasche per la pesca…) gli animali aumentano il ritmo riproduttivo e si crea una condizione di sovrappopolazione, che spesso le amministrazioni decidono di risolvere a fucilate.

I cacciatori alterano appositamente l’equilibrio naturale di alcune specie selvatiche, per aver una giustificazione ad intervenire “a difesa” delle coltivazioni; per esempio, immettono cinghiali allevati, foraggiano cervi e caprioli, ripopolano le campagne di fagiani e lepri pronta caccia e uccidono volpi e cornacchie che approfittano di questa abbondanza.

Come diceva Guido de Filippo, il nostro compianto Segretario: gli animali? Non ce n’è mai abbastanza… Lasciamoli in pace!

Il capriolo ritratto qui sopra è di Augusto Atturo. Ringraziamo Augusto e Luigi Andena che hanno fornito la maggior parte delle foto di questo calendario

E’ possibile richiedere il calendario già stampato in formato A3 al prezzo di 10 Euro, comprese le spese di spedizione, scrivendo a Info LAC

Calendario 2014 - Bassa Risoluzione

Calendario_LAC_2014.pdf

3.8 M

Gennaio 2014

Cormorano (Phalacrocorax carbo)

I cormorani sono uccelli acquatici che si nutrono di pesci. Sono piuttosto grossi (quasi un metro di lunghezza per un paio di chili di peso), e perciò mangiano ogni giorno una quantità abbastanza notevole di pesce, non poi così tanto però, il 10/20% del loro peso corporeo (al massimo 400 gr) soprattutto per lo più di dimensioni e specie che non interessano ai consumatori umani. Sono anche di colore scuro, il che li mette subito in una brutta luce, rispetto ad altre specie più leggiadre (aironi, gabbiani) che ne condividono le preferenze alimentari. Sappiamo che in Italia il pesce è ardentemente desiderato anche dai pescatori umani, sia professionali che “sportivi” (sono quei buontemponi che trascorrono ore seduti sulle sponde cementate di squallidi laghetti artificiali e canali inquinati parlando di recupero del contatto con la Natura attraverso la cattura di bellissimi esseri viventi che poi regalano o buttano via). E sappiamo che purtroppo questo “prelievo”, come si usa dire, sommato alla tragica situazione delle acque per l’inquinamento, alla regimentazione delle acque stesse che rende impossibili le migrazioni delle specie ittiche, alla trasformazione delle rive che fa tra l’altro difficoltosa la riproduzione, ha ridotto al lumicino la consistenza delle popolazioni dei pesci. Cioè siamo noi i colpevoli, non i cormorani.
Ma sappiamo anche che in questo benedetto Paese di mafie e clientele, si cerca sempre di addossare le responsabilità a chi non si può difendere, specialmente se è nero e “brutto” e non vota. Perché se il cormorano votasse i nostri ineffabili politici lo terrebbero un po’ più in considerazione. Così come invece stanno le cose si crea con allarmante facilità il solito clima da caccia alle streghe, favorito anche dai seguenti elementi: la ben nota tendenza dei pescatori a spararle grosse: “Ne ho visto uno che aveva una trota nel becco grossa così...!”, la propensione della stampa e degli amministratori a dar retta a questa cultura da bar anche per oggettiva ignoranza personale, una perniciosa e significativa facilità a bollare gli animali che risultano sgraditi con la definizione di non autoctoni, vuol dire immigrati, specie se sono scuri di colore, come i corvidi, le nutrie e per l’appunto i cormorani (che tra l’altro sono assolutamente autoctoni), la dolorosa facilità con cui una parte del mondo accademico, che non è ignorante, si vende ai distruttori della Natura. Ecco, gli ingredienti ci sono tutti per un bel proliferare di atti, delibere e leggi per la caccia in deroga, la dissuasione, l’allontanamento lo chiamino come vogliono, si tratta sempre di sparare ai cormorani; l’Italia è finalmente unita in questa crociata, dalla provincia di Sondrio che non li vuole nei suoi torrenti per riservare i temoli ai soliti sportivi, giù attraverso i laghi insubrici che devono tutelare i banchi di alborelle per i pescatori professionisti locali, per arrivare alle lagune sarde, dove in nome del riservare i cefali alla“povera” industria ittica, si scorrazza in motoscafo nelle più preziose zone umide disturbando tutti gli uccelli oltre ai bersagli prescelti. E scusate se ho dimenticato qualcuno, cormorani veneti, emiliani, toscani...
Guido de Filippo

Febbraio 2014

Coppia di caprioli (Capreolus capreolus)

Il capriolo è il più piccolo dei cervidi viventi in Italia. Il colore del mantello è rossiccio nella bella stagione e grigio-bruno nel periodo invernale, con una caratteristica macchia bianca sotto la minuscola coda, a forma di rene nel maschio e di cuore nella femmina. Il maschio ha un palco con tre punte, che cade con la muta autunnale. In Italia si trova su tutto l’arco alpino centro-orientale, Lombardia compresa, mentre è più discontinuo in Piemonte e Val d’Aosta. E’ abbastanza comune lungo la dorsale appenninica tosco-emiliana, e presente in gruppi isolati nelle Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio, e in alcune zone dell’Italia meridionale.
Vive ai margini del bosco, in ambienti cespugliati, radure, boschi non fitti, collinari e prealpini.
E’ stato reintrodotto in diverse zone del Paese, soprattutto negli anni ’80, dopo il rischio di estinzione all’inizio del secolo scorso.
Le reintroduzioni sono tutt’ora in corso nel Centro-Sud, mentre al Nord i caprioli sono sottoposti a piani di gestione e controllo, in altre parole vengono cacciati quasi tutto l’anno, i maschi in estate e inverno e le femmine e i cuccioli in primavera. Anche i cuccioli, quei tenerissimi “bamby” della nostra infanzia.
E’ un conflitto che si ripresenta ogni volta che una specie in espansione viene a contatto con le zone ad alta antropizzazione: non c’è spazio per gli animali, e a risolvere il “problema” vengono chiamati i cacciatori, che sono proprio coloro che ne favoriscono la diffusione e che li foraggiano per poi potergli sparare.

Marzo 2014

Cinghiale (Sus scrofa)

Recenti studi scientifici condotti in Francia e in Germania su gruppi di cinghiali residenti in regioni con diverse densità di cacciatori, hanno evidenziato che la fertilità dei cinghiali è notevolmente più alta quando sono sottoposti a pressione venatoria elevata. Infatti, poiché la caccia ha luogo soprattutto in autunno ed in inverno, se in un territorio vengono uccisi molti animali, i sopravvissuti avranno una maggior disponibilità di cibo. Gli animali meglio nutriti si riproducono più presto in primavera e hanno una discendenza più numerosa.
I cinghiali hanno una struttura sociale molto sensibile. Una cinghialessa dominante, che va in estro una volta all'anno, guida il gruppo. Il cosiddetto sincronismo di estro fa si che le altre femmine del gruppo siano feconde contemporaneamente. Inoltre essa trattiene i giovani ed impedisce in tal modo maggiori danni alle coltivazioni. Se la femmina dominante viene uccisa, il gruppo si disperde, gli animali senza guida irrompono nei campi, tutte le femmine diventano feconde più volte nell'anno e si riproducono in modo incontrollato.
Naturalmente la moltiplicazione degli animali selvatici dipende anche dalla disponibilità di cibo.
Ma quanto a lungo i cinghiali hanno a disposizione campi di mais?
Sicuramente non più di un mese all'anno. Invece i cacciatori mediante foraggiamento legale o illegale forniscono un cibo innaturale e contribuiscono così alla loro moltiplicazione. Solo nel Baden -Württemberg vengono sparsi ogni anno 4000 tonnellate di mais, che corrispondono a circa 100 chili per cinghiale abbattuto.
E’ indispensabile, in generale, che i cinghiali non vengano pasturati artificialmente; diminuire la "selvaticità" degli ungulati equivale a diminuirne la distanza di fuga dagli umani, accresce la confidenza degli stessi verso le persone anche in situazioni di potenziale pericolo o incrementa l'inclinazione degli esemplari più giovano ad avvicinarsi alle colture.
La conclusione è sempre la stessa:
Gli animali selvatici hanno meccanismi di autoregolazione, almeno in condizioni naturali; gli interventi umani, come quelli legati alla caccia, sono causa di squilibri.

Aprile 2014

Nutria (Myocastor coypus)

La nutria (Myocastor coypus) è un roditore originario delle zone subtropicali del Sud America meridionale.
In Argentina, in condizioni naturali, i gruppi sociali sono formati da molte femmine adulte e subadulte, un maschio dominante, numerosi maschi adulti e subadulti subordinati e un numero variabile di giovani. I maschi e le femmine di un gruppo difendono attivamente e marcano il territorio contro le intrusioni di altri individui. Mammifero bene adattato all’ambiente acquatico, è stato importato in Italia negli anni 20 del secolo scorso e si è diffuso in modo cospicuo a partire dagli anni 1950 con animali liberati dagli allevatori di pellicce, per la caduta di interesse verso il “castorino”.
La nutria è stata oggetto di una demonizzazione ingiustificata, forse anche a causa del suo aspetto che, per un occhio inesperto e poco attento, potrebbe rassomigliarlo a un ratto. Animale pacifico e timido, ha in realtà un basso tasso riproduttivo e non rappresenterebbe in sé un problema se non si inserisse in un ambiente già estremamente degradato dalle tecniche agricole intensive e dall’uso di diserbanti e pesticidi.
Le nutrie costruiscono infatti le loro tane lungo le sponde delle rogge fra i campi, sponde rese fragili dall’eradicazione delle essenze arboree e dei cespugliati ad opera degli agricoltori.
La nutria, come ogni animale selvatico, si autoregola in condizioni naturali e ucciderle porta ad un aumento della fecondità per rimpiazzare i vuoti che si sono creati.
Un controllo veramente efficace della nutria dovrebbe partire piuttosto dalla rinaturalizzazione delle sponde dei canali, dal ricreare cioè l’apparato radicale complesso di alberi e cespugli che forma un argine naturale, servendosi magari di reti interrate che compattino il terreno.
Sono in atto sperimentazioni in questo senso in alcuni comuni veneti. Esiste anche, nel Milanese, un progetto sperimentale di sterilizzazione chirurgica, nell’ipotesi che individui riproduttori sterilizzati, continuando a difendere il territorio in competizione per il cibo e gli spazi con gli individui fertili, impediscano fenomeni di immigrazione e riducano il tasso riproduttivo della colonia.
Entrambi questi progetti, reti interrate e controllo della fecondità, stanno già dando buoni risultati: le amministrazioni provinciali saranno quindi costrette a rinunciare ai piani di abbattimento che adesso falcidiano le nutrie in tutta la bassa lombarda, nel Nord-Est, in Emilia.

Maggio 2014

Volpe (Vulpes vulpes)

La colpa della volpe è di essere un concorrente del cacciatore. La volpe preda specie di interesse venatorio, fagiani conigli e lepri soprattutto, approfittando del fatto che gli animali rilasciati in occasione dei ripopolamenti per la caccia, non hanno un grado di selvaticità tale da essere in grado di sfuggire ai predatori (volpi o cacciatori che siano).
L’areale della volpe è vastissimo: in Italia è presente ovunque; frequenta gli ambienti più diversi, preferendo le fasce lungo i fiumi, ma anche i boschi di latifoglie e i pascoli di montagna ad altitudini medio-basse.
Benché sia cacciabile già nei cinque mesi di apertura della stagione venatoria, la volpe viene decimata lungo tutto l’arco dell’anno con modalità variabili da regione a regione, compresa l’uccisione dei cuccioli nelle tane. Contro questa pratica atroce si è mobilitata con successo in più occasioni l’opinione pubblica.
La volpe è accusata anche di essere il veicolo di trasmissione della rabbia. Dal 1960 agli anni `80 del secolo scorso varie ondate di rabbia hanno attraversato l’Europa. Inizialmente la strategia è stata quella di bloccare la diffusione della malattia cacciando intensivamente gli animali e gasando le tane. Tali metodi hanno però addirittura sortito l’effetto contrario, perché il territorio lasciato libero da un individuo ucciso, veniva subito occupato da un altro individuo, tanto che in certe zone si manifestavano sempre nuovi focolai epidemici.
Alla fine degli anni `70 del secolo scorso si è iniziata una campagna di vaccinazione delle volpi con esche contro la rabbia. Questa strategia si è rilevata molto efficace, tanto che, già a partire dagli anni `90, in molte regioni la rabbia è completamente scomparsa.

Giugno 2014

Ghiandaia (Garrulus glandarius)

L’elegante ghiandaia, dalle inconfondibili penne azzurre delle ali e i baffi neri, è specie cacciabile nella normale stagione venatoria e nelle preaperture dei primi di settembre; è accusata di supposti danni all’agricoltura.
Nella fertile Pianura Padana, i frutteti del Modenese e del Bolognese lamentano i danni ad opera di ghiandaie, gazze e storni, che pare prediligano albicocche, pesche, mele e pere. In Val d’Aosta un’associazione di agricoltori ha proposto una cassetta di mele in regalo ai cacciatori per ogni ghiandaia uccisa…spererebbero in una deroga per cacciarla anche in primavera, sparando addirittura nei nidi, e risolvendo il problema alla radice.
L’habitat tipico della ghiandaia è però il bosco; frequenta querceti, faggeti, castagneti, cedui, pinete, zone coperte da fitta vegetazione, margini di campi e frutteti solo se prossimi ad aree boscate. Come dice il nome, si nutre principalmente di ghiande, ma anche castagne e frutti selvatici, o piccole prede animali, lucertole, topi, uccelli.
Specie ampiamente distribuita come nidificante in Europa dal 65° di parallelo nord al Mediterraneo, in Italia è stazionaria nidificante nelle regioni settentrionali, migratrice parziale (le popolazioni settentrionali migrano verso sud) e svernante.

Luglio 2014

Piccione (Columba livia)

Come qualsiasi altro abitante delle nostre città, il piccione ci accompagna in molti dei nostri momenti, ma anni di falsi luoghi comuni lo fanno sembrare un problema. Un problema che gli amministratori locali decidono di risolvere quasi sempre in maniera violenta anche a causa della legislazione corrente che fino a pochi anni fa non li proteggeva in modo chiaro.
Grazie a una recente interrogazione dell’eurodeputato Andrea Zanoni alla Commissione europea, per chiedere l’interpretazione della Direttiva uccelli 2009/147/CE, si è risolta la diatriba scientifica e giuridica che li riguarda. Secondo una tesi, il vivere stabilmente in ambito urbano e il giovarsi dell’intervento umano per alimentarsi, ricoverarsi e riprodursi farebbe perdere alla loro “variante domestica” lo status di uccelli selvatici e quindi la protezione garantita dalla direttiva. Ma la risposta del Commissario Ue all’Ambiente, Janez Potocnik, è netta: “Il piccione selvatico (Columba livia) è una specie autoctona soggetta alla tutela prevista dalla Direttiva. Già da lungo tempo, esemplari addomesticati fuggiti dalle colombaie di allevamento si sono inselvatichiti incrociandosi con popolazioni selvatiche”
I piccioni non trasmettono malattie all’uomo o agli animali di altre specie. I problemi di convivenza nascono quando si formano concentrazioni eccessive di piccioni, in presenza di cibo lasciato a disposizione. I piccioni che vivono in colonia nelle piazze cittadine si ammaleranno più facilmente, l’abbondanza di cibo li porterà a riprodursi più frequentemente, e li renderà dipendenti dal cibo messo a disposizione. La dipendenza dall’uomo di un animale selvatico porta invariabilmente scompensi e problemi, e i primi a rimetterci sono proprio gli animali.

Agosto 2014

Cornacchia grigia (Corvus corone cornix)

La cornacchia grigia, molto diffusa nelle campagne, è una specie cacciabile, ma subisce anche i piani di controllo regionali: in pratica la si caccia tutto l’anno. Come preda, ai cacciatori non interessa particolarmente, ma viene considerata un concorrente perché approfitta dei ripopolamenti fatti dai cacciatori: in pratica, la cornacchia si nutre delle uova e delle nidiate dei fagiani e dei piccoli delle lepri che ogni anno vengono immessi in Natura per poi cacciarli.
E’ accusata anche di danni alle colture agricole, in particolare al mais. Le squadre incaricate del controllo sono costituite da guardie provinciali, ma anche da cacciatori appositamente addestrati (i cosiddetti “selecontrollori”) e anche da agricoltori in possesso di licenza di caccia, che sono poi coloro che richiedono gli interventi.
Nelle zone di ripopolamento le cornacchie invece vengono catturate soprattutto con grosse gabbie-trappola (le trappole Larsen), dove una cornacchia funge da richiamo vivo e dove spesso finiscono anche altre specie di uccelli, in particolare i rapaci. Capita naturalmente che manchi acqua e cibo per il richiamo, che le altre specie non vengano liberate, che le gabbie non vengano verificate tutti i giorni…ulteriori motivi per opporsi a questo crudele metodo di cattura.

Settembre 2014

Branco di cervi (Cervus elaphus)

Alla ribalta delle cronache per le recenti polemiche in Regione Veneto, dopo la decisione di sospendere la caccia ai cervi in sovrannumero nella Foresta del Cansiglio, il Cervo resta comunque un animale “problematico”. Accusato di moltiplicarsi eccessivamente nelle foreste plurisecolari quali appunto il Cansiglio e nel parco dello Stelvio, e di cibarsi dei virgulti di faggio e delle cortecce degli alberi, questo maestoso animale di dimensioni notevoli (i maschi adulti arrivano a due metri e mezzo di lunghezza e un metro e venti al garrese) è il più grosso erbivoro della fauna italiana. I palchi, presenti solo nei maschi, sono molto sviluppati e cadono nei mesi invernali.
A causa della pressione venatoria, all’inizio del ‘900 in Italia era quasi estinto, ad eccezione di una piccola popolazione nel Gran Bosco della Mesola. Successivamente, migrazioni dalla Svizzera e dall’Austria lo hanno riportato sulle Alpi centrali e orientali, mentre sulle Alpi occidentali e lungo l’Appennino sono stati effettuati numerosi interventi di reintroduzione.
Recentemente, un progetto Life plus dell’Unione Europea ha previsto la reintroduzione di alcuni cervi nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini allo scopo di favorirne la predazione da parte dei grandi carnivori. Sulla stessa linea, Andera Zanoni, eurodeputato presidente della LAC Veneto, ha proposto di intervenire sui cervi del Cansiglio con una regolazione ecocompatibile, introducendo il lupo, loro predatore naturale.
In Italia, viene cacciato tramite la modalità della caccia di selezione, in base alla Legge 157/92. Il numero di esemplari cacciabili viene stabilito da ogni comprensorio alpino di caccia tramite la stesura di un piano di prelievo, in accordo con le leggi regionali e le disposizione provinciali e sulla base dei censimenti locali. Censimenti ovviamente fatti dai cacciatori.

Ottobre 2014

Orso bruno (Ursus arctos)

La foto, di Francesco Mongioì, ritrae l’orso attualmente ospitato nel recinto di San Romedio (TN), famoso per essere stato a lungo la residenza contestatissima dell’orsa Jurka, ora al Centro Faunistico del Casteller. L’orso proviene da una detenzione illegale in una gabbia a Palestrina, ma la situazione attuale, benché indubbiamente migliore della precedente, non è certo l’ideale.
nel 1996 ha preso avvio il progetto Life Ursus, finanziato dall’Unione europea, promosso dal Parco Adamello-Brenta in collaborazione con la Provincia di Trento e l’Ispra. Il progetto mirava a ricostituire il nucleo di orsi bruni dell’Adamello, con la reintroduzione di nove orsi (tre maschi e sei femmine) provenienti dalla Slovenia, tutti muniti di radio collare e monitorati costantemente.
Durante la fase preparatoria del Progetto, fu condotto un sondaggio di opinione sui residenti nella zona dove gli orsi sarebbero stati liberati: i favorevoli furono più dell’80%, nell’immaginario popolare l’orso è simpatico e bonaccione, e l’industria del turismo trentina è a tutt’oggi decisa a valorizzare il richiamo del carnivoro più grande d’Italia.
Gli orsi sloveni liberati in Trentino si sono adattati bene al nuovo ambiente e si sono moltiplicati, raggiungendo una popolazione di attuale di circa 50 esemplari. I problemi di convivenza con gli umani non hanno tardato a presentarsi: al di qua delle Alpi gli orsi sventrano pecore, divorano ciliegie e fanno incursioni notturne nei masi alti; i danneggiati vengono rimborsati e sui giornali divampa la polemica. Oltralpe, gli sconfinamenti degli orsi non sono affatto graditi: ancora vivo il ricordo dell’uccisione dell’orso “Bruno”, Jj1, nel 2006 in Baviera, e quella di M13, nell’estate del 2013 in Svizzera.
“Bruno era bello, antico, vero ma soprattutto se stesso. Bruno era anarchico vagava nel passato come nei boschi scherniva la razionalità umana e rubacchiava galline. A lui non  bastava l’Adamello  cercava il suo  futuro  e si compiaceva di questa estate fantasiosa così satura di libertà”*
Gli orsi sono comunque gravemente minacciati anche in Italia: dolorose immagini di orsi uccisi dai bracconieri fin nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, o travolti da un’auto, o presi a fucilate: il rapporto uomo-orso è ancora tutto da definire, ma è sicuramente l’orso a correre i pericoli maggiori.

Novembre 2014

Storno (Sturnus vulgaris)

Quando si pensa agli storni vengono in mente le spettacolari evoluzioni dei loro voli di gruppo, che ricordano quelle dei branchi di pesci quando cercano di sfuggire ai predatori, confondendoli con improvvise virate. Stormi di centinaia di storni infatti disegnano nei cieli autunnali delle nostre città forme straordinarie in velocissimo movimento, una danza rituale prima di scegliere il posto dove passare la notte. Uccelli molto adattabili, hanno da tempo colonizzato le città per passarvi le notti fredde d’inverno, mentre di giorno si spostano nei campi o nei parchi cittadini in cerca di cibo.
I dormitori, costituiti da gruppi di alberi nelle piazze cittadine, sono oggetto di frequenti lamentele di chi ci vive intorno, ma, salvo casi isolati, il periodo relativamente breve in cui gli storni vi si concentrano non ha portato a serie minacce per questa specie da parte delle amministrazioni.
Molto più gravi invece le accuse mosse a questi uccelli di danneggiare i raccolti, in particolare i frutteti, con le conseguenti delibere di caccia “in deroga” in numerose regioni del nord e centro Italia. I ripetuti ricorsi della LAC e di altre associazioni hanno portato almeno a un parziale alleggerimento della pressione venatoria, perché ora la caccia è permessa solo nei punti dove c’è un danno accertato, e solo dopo aver applicato metodi alternativi incruenti.

Dicembre 2014

Gabbiano reale (Larus michaellis)

Alcuni casi recenti hanno portato alla ribalta un “problema” inaspettato: i gabbiani. A Savona politici di ogni colore si sono messi d’accordo sull’unico punto in comune: l’individuazione del Gabbiano reale come il capro espiatorio della città, e solo i messaggi indignati di centinaia di cittadini li hanno fatti recedere. Il gabbiano è sorvegliato speciale anche in provincia di Cesena, dove è in atto un piano di contenimento che consiste nella possibilità di rimuovere i nidi di gabbiano e il loro contenuto. In teoria, è possibile rimuovere il nido solo se le uova sono state appena deposte, ma chissà…
Anche a Trieste si interviene sulla riproduzione, con sterilizzazioni chirurgiche sperimentali.
A Firenze invece, si ricorre direttamente allo sparo, all’inizio solo intimidatorio, ma con la possibilità di abbattere fino a 50 uccelli a scopo “rafforzativo” a difesa di alcune tenute agricole che lamentano danni alle coperture degli ortaggi.
Persino a Roma, la sagoma elegante del gabbiano in volo è diventata comune, ma l’approccio al problema, se problema diventa, deve partire dalla gestione delle discariche, che come in ogni città attirano i gabbiani con l’abbondanza di cibo.