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La Storia dei Roccoli

IL ROCCOLO IERI E OGGI


Se si volesse considerare l’insieme delle pratiche di caccia all’avifauna migratoria nelle valli bresciane come una famiglia, il roccolo dovrebbe esserne pensato come il padre: per la sua maggiore anzianità, per la continuità temporale sul territorio e per la maestosità della costruzione. Riguardo ad origine e continuità le testimonianze storiche citano un primo roccolo costruito alla fine del XIV secolo ad opera dei frati del convento di S. Pietro d’Orzio sui monti del bergamasco: un frate – così dice la leggenda - avrebbe cercato rifugio dalla peste sui monti e per procurarsi il vitto avrebbe ideato un impianto atto a catturare gli uccelli in grandi quantità.

Sulla nascita bergamasca non sussistono dubbi, ve ne sono invece per la datazione a causa di una fonte discordante del 1376 che lo testimonia come pratica tradizionale già per quegli anni, costringendo in questo modo a retrodatare la data di nascita.

Da Bergamo a Brescia il roccolo impiega due secoli ad arrivare: Nel XVI secolo Gregorio Brunelli di Cané, all’interno dei suoi “Curiosi trattenimenti contenenti ragguagli sacri e profani dei popoli camuni” racconta come

Più rara cacciagione ancora viene praticata in questa valle, dove s’ha appreso a fermare il corso dei quadrupedi, s’ha imparato altresì a trattenere il volo ai volatili; e pare che il sito stesso tutto silvestre e boscaglie, singolarmente sulle cime da una parte e dall’altra, sia molto a proposito e aggiustato per un tale esercizio. Stanno perciò qui in pronto l’arti, l’insidie, stratagemmi di reti, panie, roccoli, lacci..”

E’ un affermarsi però ancora parziale sul territorio, dal momento che i vari estimi catastali commissionati dalle autorità non fanno menzione di roccoli ancora per alcuni secoli: solo progressivamente e soprattutto a partire dai primi del 1800 la fortuna dell’uccellanda si diffonde e, con le sue varianti, colonizza tutta la penisola, al punto che Papa Leone XII ne impianta addirittura uno in Vaticano per la sua mensa.

L’area d’elezione resta comunque quella di Brescia (che tra l’altro crea la variante della “Brescianella”), la provincia più affezionata a questo tipo di cacce, come dimostra il fatto che fossero sempre i bresciani ad essere ingaggiati in altre regioni per la gestione di roccoli, a riconoscimento della loro abilità, e, d’altra parte, come conferma la quantità e densità degli impianti sul territorio. Nel solo piccolo comune di Provaglio d’Iseo

ancora nel 1910, su 1600 ettari di territorio funzionavano 6 roccoli, 2 brescianelle, 2 paretai e 2 quagliare. Anteriormente il totale era stato rispettivamente di 10, 3, 3 e 4.

mentre in Alta Val Camonica, fra Edolo ed il passo del Tonale (Ponte di Legno) - distanti in linea d’aria circa 25 Km – ne furono costruiti almeno 53. L’apice di questa ondata costruttiva si colloca alla metà del secolo diciannovesimo: nella sezione meridionale delle valli sono gli aristocratici ed i notabili ad edificarli, affidandoli poi spesso ad i loro mezzadri; nelle alte valli si hanno invece casi anche numerosi di contadini costruttori e proprietari di roccoli in grado di pagare la tassa per il possesso dell’impianto e quella per la licenza ad uccellare (rilasciata dalla Regia Questura di Brescia). Dappertutto gli ecclesiastici, a cui era interdetto l’utilizzo di armi da fuoco, si specializzano e dilettano con l’uccellagione e con la costruzione di uccellande per proprio fabbisogno o per esterni su commissione.

Visto il costo in tempo, lavoro e tasse, la scelta di posizionamento di un impianto doveva essere ben ponderata: così i roccoli si addensavano solitamente intorno ai valichi, in relazione ai passaggi preferiti dagli stormi in migrazione (corridoi aerei); venivano posizionati

in modo da garantire la più ampia visuale della valle, dove era distesa la rete per la cattura e verso est, da dove provenivano gli stormi degli uccelli migratori. Particolare attenzione veniva posta nella scelta del luogo dove costruire il roccolo, che doveva generalmente essere una dorsale o comunque in una radura o in uno slargo privo di alberi, in modo che i migratori fossero costretti a posarsi sugli alberi collocati all’interno del roccolo stesso.

La struttura, con alcune varianti, constava di due parti: il castello[1] e l’impianto arboreo. Il primo, detto in dialetto cazì, è un edificio turriforme di tre o quattro piani[2], con l’ultimo rivestito in legno a scopo mimetico per i tre lati rivolti allo spazio attrezzato per l’uccellagione.

Sempre a scopo di mascheramento (più diffuso nella bassa valle) il castello poteva venir avvolto dai rampicanti, coperto di rami recisi di abete oppure vi venivano piantumati intorno larici e abeti in modo che, crescendo, i rami nascondessero la costruzione. Dei tre piani classici, il più basso è separato ed adibito alla custodia degli uccelli da richiamo, quello intermedio è accessibile da dietro per mezzo di una porticina posta sul lato a monte dell’edificio e costituisce il ricovero dell’uccellatore con stufa e letto, il più alto per contro è collegato da una scaletta interna e funge da locale di lavoro, nel quale l’uccellatore si posiziona nell’attesa degli uccelli.

Elemento strutturale indispensabile a questa tecnica venatoria sono le spiaröle, delle feritoie lunghe e strette che permettono l’avvistamento degli stormi in arrivo e di cui sono provviste le due stanze superiori. Invece una feritoia più ampia detta sbrufadora[3] permette di lanciare lo sbröf (spauracchio), un attrezzo a forma di paletta di vimini che, imitando il sibilo delle ali di un falco in picchiata, deve suscitare al momento opportuno il panico fra gli uccelli posati.

Il rocol vero e proprio era invece l’insieme di alberi ed arbusti disposti in semicerchio di fronte ed immediatamente a valle del castello. Nel momento in cui si intraprendeva l’allestimento di un nuovo roccolo la struttura “morta” era costituita di un doppio colonnato semicircolare di pali (culone 4-5 metri, collegati fra loro da tre pertiche orizzontali che andavano a costituire una ossatura a maglia composta di grandi scacchi (filaröle). Le cime dei pali erano anch’esse unite da delle pertiche che a loro volta reggevano delle frasche, formando così un pergolato, al di sotto del quale, fra i due filari delle colonne, si creava la “caminada”.

Questo era lo spazio che ospitava la rete, invisibile ed ulteriormente occultata da rami verdi e recisi che “naturalizzavano” pali e pertiche. Col passare del tempo alla struttura “morta” si affiancavano essenze vive – larici, abeti, carpini, essenze che restavano verdi anche in inverno – i cui tronchi fungevano da colonne ed i cui rami, incoraggiati a crescere dal fatto che le piante venivano “capitozzate” per frenare lo sviluppo in verticale, potati, sagomati ed indirizzati (anche due volte all’anno in primavera ed in autunno, all’apertura della stagione venatoria), finivano per ricreare quelle finestre naturali che dovevano sembrare agli uccelli soffermatisi nel rocol la via di fuga più sicura nel momento del pericolo[4]. Queste finestre però erano appunto ostruite dalla rete, posta obliquamente al terreno per facilitare la creazione di sacche[5] ed evitare il “rimbalzamento “ degli uccelli nel momento dell’impatto.

La rete era unica, estendentesi per tutto il corridoio, alta fino alla pergola, agganciata ai pali vegetali e tenuta tesa a terra per mezzo di sassi fungenti da ancora. A seconda della grandezza delle prede ve ne erano due tipi, la dordera, di maglie più larghe, atta a trattenere i turdidi, e la fringuellaia, a maglie più piccole, per i passeriformi. Lo spazio circolare delimitato dall’impianto arboreo e dal castello era il luogo dove si dovevano concentrare tutti i mezzi possibili che potessero suggerire agli uccelli migratori di trattenersi nella zona: rami secchi (secc) invitanti a posarvisi, piante da frutto – ciliegi selvatici, sorbi degli uccellatori (malöden), fitolacca, biancospino, ma anche betulle – , mentre per terra si cospargevano sementi di miglio, panico, canapa.

Tradizionalmente un altro piccolo boschetto veniva allestito ad arte nelle immediate vicinanze dell’impianto, il tordaio: qui era l’intreccio di piante basse ed arbusti che serviva ad invitare gli uccelli amanti della macchia, quelli che non si sarebbero fidati a spingersi all’aperto nel rocol e che, arrivando, partendo o movendosi all’interno del folto finivano per irretirsi da sé nelle varie reti disseminate fra i rami.

Ma al di là della invitante struttura arborea, l’elemento fondamentale che attirava i migratori erano i richiami vivi, i cosiddetti Re del roccolo. Erano tenuti a cantare in gabbiette[6] appese ai tronchi delle “piante di posada” o imbracati e legati (sambel o tocchetta in dialetto, zimbello in italiano) in modo da essere costretti a svolazzare al comando del roccolatore:

Una volta c’era… la “tocchetta” si chiamava, era un uccello che facevi la braghetta e tiravi il filo. Quando li vedevi (i migratori) faccio per dire a 300 metri, toccavi quel coso lì, lei si alzava faceva così e poi si appoggiava. Allora quelli là la vedevano e zac! Giù come… gnocchi, sulle piante. Invece adesso è proibito perché è maltrattamento di animali… ecco zimbello si chiama. (A.)

Altri venivano disposti come “spie” sul tetto del capanno perché avvisassero l’uccellatore dell’arrivo di un nuovo stormo, altri ancora erano fatti agitare sul terreno in gabbie più grandi per metterne in mostra il movimento (la curidura); li si faceva persino pigolare nel gabiù o piadora, una gabbia più grande che ne ospitava diversi affinché appunto beccandosi fra loro chioccolassero: tutto lo spettro di suoni e movimenti tipici di ogni specie era messo in mostra e sfoggiato agli uccelli di passaggio al fine di attirarli sugli alberi del roccolo e sul terreno circostante. E il tutto con una sicura conoscenza degli individui, al punto da disporre due esemplari “amici” fuori portata di vista, in modo che fossero costretti a richiamarsi per restare in contatto, curandosi di disporre ogni animale sempre al proprio posto e di organizzare scientemente l’“orchestra” di voci. Voci che però non erano e non sono naturali.

Questo perché da sempre l’uccellagione prende avvio in autunno quando gli stormi scendono a sud, stagione nella quale lo spettro di espressioni vocali degli uccelli è limitato al richiamo o al grido d’allarme, ma esclude il canto ( legato alla primavera, all’attrazione dei conspecifici e alla delimitazione del territorio riproduttivo).


PRATICHE DI TORTURA

Ora, per dare maggiore incisività alle voci di richiamo, gli uccellatori devono cercare di far cantare forzatamente i loro richiami, di fargli fare la “primavera”, alterando artificialmente il loro orologio biologico. E questo viene ottenuto attraverso la pratica della muta artificiale (müda). Pur essendo questa in realtà diversificata per ogni specie (praticamente nulla per la cesena che tutto l’anno continua il suo “ciac” perentorio, abbastanza semplice per fringuelli, peppole e lucherini, richiede invece accorgimenti particolari per i tordi), i lineamenti generali sono comuni: all’inizio della primavera gli uccelli vengono messi in un locale buio perché non possano percepire il cambio di stagione, poi verso la fine di giugno si strappano le piume della coda ed alcune delle ali per incoraggiare la muta di tutto il piumaggio. Verso la metà di agosto si fa filtrare gradualmente sempre più luce nella stanza cosicché gli uccelli, complice anche il forzato cambiamento di piumaggio, prendano i primi mesi d’autunno per la vera primavera, “inondando con i loro canti d’amore tutto il territorio circostante il roccolo”. Nel caso che fossero svogliati l’alimentazione infonde l’ardore necessario per il canto: sembrerebbe che, aggiunto a farina di polenta e miglio, il formaggio grana tritato, col suo potere calorico, provochi un eccitamento benefico sui maschi; altre tecniche alimentari consigliavano invece, prima dell’arrivo dei mangimi artificiali, l’uso di uvetta, carne cotta, uova bollite, miele, pinoli, noci....

A fianco della muta una seconda maniera tradizionale di ingannare gli uccelli veniva messa in atto; si trattava di accecare i volatili con degli aghi di modo che, non potendo questi percepire più la luce, ignari delle stagioni e privati della comunicazione visiva, fossero spinti a cantare nel momento stesso in cui erano esposti alla luce solare.

Gli uccelli caduti nelle reti erano destinati al consumo; il roccolatore, una volta sceso a recuperarli li uccideva

Sì qualcuno gli schiaccia la testa, ma ai voglia a schiacciargli la testa! E invece li prendono e li picchi sul cemento… qualcuno gli schiaccia qua (sullo sterno)… di solito si schiacciava la testa, ma quando hai schiacciato la testa anche a 100 uccelli ti fa male il dito, poi anche le ossa che ci sono dentro ti rompono tutta la pelle (…) Tanti per non rovinarli li schiacciano lì sul petto. Secondo ecco che è poi bisogna vedere se hai fretta o non hai fretta. Perché se hai fretta li picchi in terra, se non hai fretta li uccidi più bene ma…. (ride) sono sempre uccisi neh! (A.)

La fretta o meno derivava dalla frequenza di passaggi durante la giornata. Questa iniziava prima dell’alba, quando il roccolatore con l’aiuto di lampade a petrolio prendeva i richiami dallo sgabuzzino e metodicamente li disponeva ai loro posti:

Fissa alle filagne gli eventuali zimbelli. Ha finito prima che a oriente la prima luce lattiginosa dell’alba incominci a spegnere le stelle. Già un merlo ha iniziato sottovoce a provare il canto. E’ ora di salire la scaletta del castello, di accendere una sigaretta o la pipa e di mettersi in ascolto ed in osservazione davanti alla finestrella. In una mezzora o poco più tutta la batteria dei richiami fa sentire le sue voci di saluto al nuovo giorno. Il merlo batte e ribatte una sghignazzata. I tordi levano canzoni melodiose nella semioscurità. Le due passere scopaiole si localizzano con il sommesso tintinnio del loro appello da presso. Una peppola fa udire la sua voce sgraziata ma perentoria. Si svegliano i fringuelli, ed i lucherini si chiamano da pianta a pianta. E’ la singolare ed armoniosa atmosfera d’aspettativa di un mattino alla tesa. Ed ecco i primi zirli dei tordi in arrivo. Le “primavere” ne hanno fermato il volo nei boschi prossimi. Ora giungono. Se ne sentono la risposta ed il frullo delle ali. Si appoggiano sugli alberi e poi scendono a terra, attratti al suolo dal movimento dei conspecie sul terreno e nelle gabbie corridore. Li si vede camminare nello spiazzo nella luce ancora incerta. Tra non molto sarà il momento di tirare la pertica dello spauracchio, di soffiare nel fischietto, di alzare un grido, di battere i piedi sull’impiantino di assi provocando un fuggi fuggi generale verso le finestre delle spalliere e della rete[7]

Due momenti si alternano nella prassi, quello idillico di pace e canto – sottolineato volutamente dal racconto liricheggiante – e quello del rumore e dello spavento (che l’autore del brano astutamente cita senza raccontare): il sibilo dello sbrof[8], il fischietto, il battere sulla lamiera o sulle assi che creano il panico fra gli uccelli spingendoli verso la trappola. A questo punto l’uccellatore può decidere di scendere a finire i malcapitati o attendere la “passata” successiva: nella stanza ci sono sempre tre o più sbrof da lanciare in successione senza recuperare quelli già utilizzati.

E ne ho lanciati giù otto o dieci di sbrof, ne ho lanciati perché era pieno il roccolo, non c’era un ramellino da appoggiarsi su.  Poi finiscono nella rete. (A.)

Nelle buone giornate il lavoro è continuo:

Ma però quell’anno lì un giorno non so se ne avevo presi.. 900 e qualcosa. Venivano a sciami, 15-20 per volta. Era faticoso. Nel giro di non so 3 o 4 giorni, l’ultimo giorno quando andavo giù contro la rete mi veniva un… ripugnare, una ripugnanza a forza di… li prendevi e li picchiavi a terra.. (A.) Ma il più delle volte si parlava della giornata, del lavoro, dell’uccellagione. E spesso si ricordava il famoso 26 ottobre 1945, giorno nel quale ci fu per tre ore consecutive un passaggio di fringuelli che avanzavano a gruppi di trentacinque/quaranta. A causa del tempo nuvoloso, però, solo quattordici si fermarono ai richiami e caddero nelle reti. Nello stesso giorno, comunque, per merito del sambel, lo zimbello, caddero nelle rete centotredici montà, le peppole. Lo zimbello era composto da peppole molto ubbidienti e da fringuelli che si alzavano con eleganza fin quasi ad un metro da terra.[9]

Non tutti gli uccelli comunque venivano uccisi, alcuni, i maschi, i più belli o più vigorosi, venivano conservati come richiami per il roccolo stesso o per altri acquirenti. Essendo spesso animali nervosi, costretti improvvisamente alla prigionia, venivano posti in gabbie particolarmente ampie, in mezzo al prato, coperti da frasche, tranquillizzati e “consolati” con mangime energetico..

Aaah ci sono di quelli che si rompono tutto qua, picchiano contro la bacchetta, vogliono proprio uscire (…) quelli che tieni per te bisogna metterli sotto le frasche, coprirli… aaah ci sono quelli che vanno a sangue allora dopo li lasci andare… siiiì che cosa ci fai con un uccello tutto rotto in gabbia. (A.)

Gradualmente passavano poi alla loro gabbia definitiva, di rinforzo agli altri cantori

Quelli che prendi al momento servono… noi li chiamiamo “Cip”, cioè invece di cantare fanno appena zzp zzp zzp, è come un richiamo; quando te hai le primavere brave, faccio per dire che te le tirano da qui giù in fondo il paese (cioè il canto è forte).. però quando sono lì in giro, le primavere cantano loro, ma anche quelli che sono lì fuori (i migratori) non sono cretini di dire: “Ma! Come mai c’è una primavera qua?” Ah certo sono furbi anche loro eh! (sorride forte). Noi li calcoliamo un po’ strambi, ma sono più furbi di.. noi. Allora subentra lo zip: quelli che prendi di quest’autunno e allora loro zip zip zip restano… (…) loro da lontano sentono la loro primavera, dopo ad una certa distanza, da qua giù in piazza, rallentano, si fermano. Diranno, io penso: “Ma... non è la stagione delle primavere adesso”. Allora subentra ecco noi li chiamiamo i “Zip”. Dicono: “Allora sono dei nostri qua” (ride).Ma se avessi soltanto la primavera non so se funzionerebbe. (A.)

Soltanto a sera il roccolatore, ritirati zimbelli e richiami per evitare che venissero predati da mustelidi o rapaci, abbandonava il roccolo e scendeva in paese; in una gerla teneva gli uccelli morti ed in una gabbia corridora, a spalla, quelli da rivendere come richiami. Normalmente lo smercio degli uccelli ad uso alimentare avveniva alla posta, sovente la macelleria del paese, a cui si rivolgevano tutti gli esercenti del paese che lavorassero intorno agli uccelli: nel 1920 i prezzi correvano dai 25 centesimi di lira del piccolo lucherino ai 160 della pregiata cesena. Ma l’uccellatore in persona poteva incaricarsi della vendita; in questo caso gli uccelli venivano esposti sulla porta di casa in mazzi, le “filse”, tenuti insieme a collana facendo passare un filo attraverso le narici dei becchi degli animali. Oppure era la stessa famiglia del roccolatore che gestiva un’osteria con la certezza di approvvigionamenti di merce fresca. C’era infine la possibilità del commercio con l’esterno: si sa di casi di uccellatori che spedivano la loro merce nei grandi centri urbani direttamente attraverso i pullman di linea e viceversa casi di forestieri che si stabilivano in autunno intorno ad un roccolo per assicurarsi la fornitura di animali morti da rivendere in città e di vivi per le fiere specializzate orbitanti intorno al grande mercato di Brescia.

L’ultimo’anno che il papà ha roccolato era il sessantanove, perché dal settanta c’era il divieto di uccidere gli uccelli in quel modo

Con gli anni ‘70 si ha una svolta, certo una serie di tentativi di limitare e sottoporre a maggior controllo la pratica dell’uccellagione, ma mai si parla della fine del roccolo. Il primo passo è di riconvertirlo ad una struttura mirata non più al soddisfacimento di bisogni gastronomici, bensì al rifornimento di richiami vivi per i capannisti, divenuti numerosissimi in quegli anni: l’uccellatore non ucciderà più gli esemplari catturati, ma dovrà conservarli in gabbiette

La Provincia aveva già dato ai cacciatori , quelli che avevano cominciato ad andare a capanno dei pezzettini di.. di carta così con su scritto il nome e cognome dell’individuo e te gli davi un uccello e lui ti dava ‘sto tagliandino.. che la Provincia ti dava allora 1000 lire per uccello. Venivano addirittura a prenderseli su al roccolo i cacciatori, invece adesso devi prenderli te, inanellarli, registrarli, metterci l’anellino e portarli al centro di raccolta qua a Tavernole. Io ho la cassetta, uno per uno. (A.)

Attraverso i centri di raccolta, strutture in cui convergono giornalmente tutti i “presicci” dei roccoli ed in cui i capannisti si recano per recuperare qualche nuovo richiamo, si tenta di seguire meglio e parificare anche la distribuzione degli uccelli, cercando di superare quei commerci semiclandestini fra roccolatore ed alcuni clienti privilegiati, che tuttavia restano consueti

(Mio figlio) li sceglie per noi o per darli magari a qualche amico. (…) Cioè quando te fai l’attività, se vedi che ti serve un uccello, non vai a dircelo a quelli della Provincia: “Guarda che ho preso un uccello l’ho tenuto per me”; lo metti in parte, ci metti l’anellino e sei a posto… ne avevo su 30 più 10-12 di quelli che trattengo… ne avevo su una settantina… (..) Poi a qualche amico… perché non potresti darceli agli amici a nessuno, però uno qua uno là.. ah se dovessi ascoltare tutti quelli che te lo chiedono.. non ne porti al centro nessuno: allora tanti che ti chiedono gli dici. “Sai che non si può!”… E cavolo! Due anni fa le guardie mi han fatto tirare su le reti.. avevo consegnato due uccelli a quello che mi ha telefonato adesso (un amico geometra ha telefonato perché le due cesene che il roccolatore informatore gli ha regalato non cantano ndr). . Erano lì in nove, avevano accerchiato lì il roccolo e stavano a guardare e quando lo hanno visto arrivare e partire con gli uccelli, lo hanno fermato lì ad un Km, mi han fatto chiudere le reti e mi han fermato il patentino per due anni (…) E dopo abbiamo avuto anche due guardie che sono state lì tutto l’anno assieme. Chiudevano le reti, si alzavano la mattina.. Ah in principio mi han fatto fuori tutto, non volevano, dopo sono stato richiamato perché un mio amico conosceva l’assessore alla caccia e allora ci ha richiamato… perché le guardie stavano magari su e poi alle 10 andavano via. (A.)

Dagli anni ‘80 in poi si limitano invece progressivamente le specie cacciabili e così scendono i numeri delle catture: dai taccuini dei roccolatori scompaiono progressivamente il frosone, il fanello, il ciuffolotto, la passera scopaiola, la pispola, il prispolone, il verdone, la tordela, il crociere, da ultimi il lucherino e i soffertissimi peppola e fringuello. Parallelamente si riduce il tempo di apertura dell’impianto che dagli iniziali metà-agosto/metà-gennaio passa agli attuali inizio-ottobre/fine-dicembre, sfruttati però fino all’ultimo La pressione “censoria” esterna (esercitata dall’INFS) è avvertita dai roccolatori, che però rivendicano la loro perseveranza e la loro eccezionalità con l’appello alla passione Il discorso economico non è taciuto: considerando che si tratta di un lavoro stagionale che da sempre è affiancato da altre attività, i guadagni che permette non sono trascurabili

Prendo una quota fissa fino a 300. Dopo i 300 ogni merlo 10000 lire, ogni bottacchio 15, adesso quest’anno ogni sassello o cesena 25000. Poi ti trattengono il 30% per le tasse. L’anno scorso ci avevo preso 6 milioni per uno ed eravamo in due al roccolo. Per quattro mesi su. Poi dopo c’è quello prima dei quattro mesi ogni giorno devi stare su a preparare. (...) Ti danno qualcosa per il mantenimento degli uccelli, per la preparazione. (A.)

Concludiamo così la triste storia dell’uccellagione, ma nella realtà la tortura dei richiami continua e continua il nostro impegno a combatterla.  



[1] L’etimologia del roccolo infatti risale al latino “roculus”, cioè il diminutivo di rocca, castello. Secondo altri verrebbe da un’alterazione di “rotulus”, per la forma circolare dell’impianto arboreo.

 

[2] Essendo imprescindibile, ai fini dell’uccellagione, che l’uccellatore possa dominare dal castello la cintura di alberi circostanti, il quarto piano veniva costruito in caso di terreno pianeggiante, dal momento che in pendenza il castello costruito a monte sfruttava l’inclinazione del suolo per troneggiare.

 

[3] Normalmente, essendo la stanza di lavoro l’ultima, è solo qui che si trova la sbrufadora, ma in alcuni castelli anche il ricovero ne presenta una in modo che l’uccellatore possa lavorare anche durante la pausa per il pranzo.

 

[4] Per evitare poi che gli uccelli si involassero passando al di sopra della rete, alcuni rami (la rubatidora) venivano fatti crescere al di sopra della pergola, perché creassero un ulteriore ostacolo. Altre volte invece dei rami si applicava un’ulteriore rete inclinata, detta appunto soprarete.

 

[5] Pur nella varietà delle reti, il meccanismo di cattura è il medesimo: una maglia larga e rigida esterna serve a racchiudere una interna più fine ed abbondante in altezza e lunghezza che avvolge la preda. Allorché l’uccello colpisce la rete la maglia interna gli si stringe attorno formando una sacca che esce di sede e rimane a penzolare trattenuta dalle maglie esterne più rigide.

[6] Le gabbiette sono di dimensioni minuscoli, permettendo all’uccello semplicemente di passare da un listello all’altro. Fatte in legno (oggigiorno in plastica) o in filo di ferro, contenevano due traversini per far saltare gli uccelli, un recipiente per il cibo (casset o biulì) ed un abbeveratoio circolare (beverì). Tramite un uncino venivano periodicamente pulite degli escrementi.

 

[7] G.P.Salvini, R.Bier (1997) pag. 77-78.

 

[8] Nel testo si fa riferimento ad una tecnica parallela di uso dello spauracchio che è quella di uno straccio nero legato ad un palo, catapultato in avanti all’improvviso per mezzo di un contrappeso azionato da dentro il castello.

 

[9] D.Filosi (2001) pag. 105.