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Bocconi avvelenati: una strage di animali selvatici e domestici di cui abbiamo solo una conoscenza parziale poiché occultata dall'indifferenza, dall'omertà, dalla connivenza ed anche dalla paura.
L'indifferenza perché trattasi solo di animali che contano fin quando sono utili, di cui è giustificato liberarsi se non servono più.
L'omertà e la connivenza perché non ci si immischia, non ci si inimica il conoscente o comunque chi finirebbe per risalire a chi ha parlato. Poi c'è la paura di ritorsioni: che la vendetta ricada sui propri animali.
Si tratta quindi di una pratica da sempre tollerata da parte della maggioranza degli abitanti delle campagne, in quanto ritenuta capace di difendere gli agricoltori dagli animali cosiddetti nocivi, quali faine, donnole, volpi, nutrie, talpe, cani vaganti e oggi anche cinghiali e cervi; mentre libera i cacciatori dalla concorrenza di volpi, cani, gatti, rapaci, corvidi ecc. nei confronti della selvaggina cacciabile. Pratica tanto tollerata da divenire lecita, se fino a poco tempo fa i consorzi agrari fornivano esche a base di arsenico e stricnina per la lotta ai nocivi. Come pure erano in vendita i manuali che descrivevano i tipi di sostanze venefiche e le loro modalità d'uso.
Le tipologie di esche descritte da uno di questi manuali, pubblicato nel 1970, consiglia per esempio frutti di stagione con inserito il veleno per il tasso ghiotto di frutta, o uova di gallina e di piccione per la faina, e anche insegna dove collocare le esche per le gazze, e via enumerando.

Ora alcuni di questi veleni, quali la stricnina e l'acido cianidrico, non sono in libera vendita in Italia, è tuttavia possibile reperirli provenienti da altri paesi attraverso forniture sottobanco, ma soprattutto, si dice, importati dall'Est insieme agli animali da ripopolamento. I cacciatori inoltre, maggiori utilizzatori delle sostanze venefiche, non si sono certo persi d'animo a causa dei divieti, bensì hanno sperimentato con successo una vasta gamma di efficientissimi sostituti reperibili in commercio, quali ad esempio gli anticoagulanti, gli anticongelanti, i pesticidi. L'elenco sarebbe lungo, pur restando sempre incompleto, per la nuova capacità dì preparare "cocktail micidiali che mirano allo sconvolgimento della sintomatologia dell'animale e quindi all'impossibilità, da parte del medico veterinario, di intraprendere corrette misure terapeutiche" avverte il dott. Paolo Candotti, dirigente dell'Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell'Emilia (1). Il che significa condannare l'animale a una morte atroce. Vediamo perché tale profusione di veleni vecchi e nuovi. Due sono i livelli di intervento sull'ambiente in larga scala per permettere la presenza forzata di selvaggina cacciabile.
Il primo riguarda le "Zone di ripopolamento e cattura" che hanno una ruolo determinante nello sfruttamento degli "ambiti territoriali di caccia (A.T.C.)" dove si svolge gran parte dell'attività venatoria. E' in queste zone che occorre eliminare i concorrenti dei cacciatori, quindi sia carnivori selvatici, sia cani e gatti anche di proprietà che gironzolano nelle vicinanze, in quanto mettono a rischio la consistenza dell'allevamento.

Invero è tramite le notizie/denunce di avvelenamenti di cani e gatti di proprietà che si ha una pallida idea delle dimensioni dello sterminio effettuato anche sulla fauna libera. Il secondo livello è quello che riguarda le cosidette "Aziende faunistico-venatorie" e le "Aziende agrituristiche venatorie" concesse in gestione ai privati. In esse ogni anno, in prossimità dell'apertura della caccia, sono immessi centinaia di migliaia di fagiani e lepri, anche se queste ultime in minor numero, al fine di incrementare la quantità di selvaggina cui sparare, dato che di quella "spontanea" ben poco è rimasto a causa della depredazione selvaggia condotta dai cacciatori. Questi fagiani allevati in batteria sono poco più che galline colorate, quindi incapaci di sottrarsi ai predatori della zona.
Spiega il medico di Parma Francesco Mezzatesta (1) "Avvelenando a tappeto tutti i carnivori rimangono così disponibili molti più fagiani "pronto sparo" da far pagare poi a chi li abbatte aumentando gli introiti del commercio venatorio.
Gli affaristi della caccia a pagamento, cioè, utilizzando i bocconi avvelenati, vogliono far terra bruciata di volpi, faine, rapaci, cani e gatti in modo da conservare la selvaggina, anche se di batteria, quel tanto che basta a farla impallinare alla prima apertura della stagione di caccia. ( ... ). Il giro di affari che sta dietro alla caccia a pagamendispoto è di miliardi (si calcola all'incirca dieci miliardi per provincia).
Per questo vi è tanta omertà, vi sono coperture e silenzi."
Il periodo in cui è concentrato il maggior numero degli avvelenamenti coincide con quello che segue la chiusura della caccia, per consentire la preparazione del terreno (intesa nel senso della estirpazione della fauna selvatica) per le nuove immissioni di fagiani.
Altre cause per la disseminazione di morte sono:
• rivalità, invidie, vendette tra cacciatori;
• rivalità tra tartufai per lo
sfruttamento di una zona (l'eliminazione del cane del concorrente comporta via libera per tutto l'anno);
• disturbo provocato da cani vaganti (per esempio ai pastori) e gatti;
• fastidio causato da cani vigilanti, spesso anche rinchiusi, ma capaci di difendere il loro territorio.
Chi poi immette veleni in ambiente urbano intende eliminare:
cane che abbaia, sporca; cane libero temuto; cane che devasta contenitore dei rifiuti; gatto che urina/defeca in luoghi inopportuni; gatto che schiamazza; gatto che fa abbaiare; cane/gatto che diffonde le malattie; cane/gatto che fa danno alle auto. L'immissione di veleni in ambiente urbano minaccia direttamente la vita umana, specialmente quella dei bambini, visto che esche avvelenate sono state ritrovate in diversi parchi in città.

Categorie umane più a rischio:
• bambini in tenera età, che giocano in prati e giardini anche nel centro della città, per l'abitudine di portare ogni cosa alla bocca;
• raccoglitori di funghi
• famiglie che fanno colazione al sacco sui prati.
Per quanto riguarda le vittime non-umane, oltre a quelle già menzionate, bisogna ricordare che sono coinvolti un gran numero di animali non destinatari dell'operazione. Sono soprattutto gli uccelli che si cibano di carogne che vengono colpiti, in particolare quelli che frequentano i greti dei fiumi dove si trascinano gli animali avvelenati per abbeverarsi. Il grifone ad esempio è scomparso dalle Alpi alla fine del secolo scorso e dalla Sicilia nel 1965 a causa dei bocconi avvelenati distribuiti per sterminare le volpi. Alla catena di morte si devono aggiungere gli innumerevoli casi di cucciolate e nidiate che non sopravvivono alla perdita dei genitori. I danni sono quindi incalcolabili, a fronte dell'immobilismo degli organi di repressione e nel silenzio di quelli di informazione.
E' fondamentale infatti che si riesca a giungere ad una diagnosi delle cause della morte e del tipo di veleno, in modo da dare fondamentali elementi alle indagini sui responsabili e per allertare gli abitanti della zona, nonché avere maggiori possibilità di intervenire in tempo rapido e nel modo più adeguato allo scopo di salvare ulteriori eventuali animali colpiti nella stessa area.
I sintomi principali che ci devono allarmare sono:
Nel caso di veleni neurotropi, dai 30 minuti alle 2 ore dopo l'ingestione si ha irrigidimento degli arti, incapacità a mantenere la stazione quadrupedale, respiro difficoltoso e crisi convulsive; può esserci vomito e raramente diarrea.
Nel caso di veleni emorragipari, dopo qualche giorno dall'ingestione compaiono fenomeni emorragici che (se solo interni) danno pallore delle mucose, respirazione difficoltosa, grave stato di prostrazione; possono anche esserci petecchie o emorragie nasali. Non c'è mai vomito. Quando si tratta di veleni tossici sul sistema gastro-intestinale, compare precocemente vomito e diarrea anche emorragica, con dolore addominale.
In caso di sospetto avvelenamento: In caso di sospetto avvelenamento:
• Mettersi in contatto telefonico con il centro veterinario più vicino (oppure - per la provincia di Firenze e quella di Prato - con la Guardia Medica Veterinaria, se il fatto succede fuori orario di lavoro o in giorno festivo), in modo da allertare il medico perchè si renda immediatamente disponibile al momento dell'arrivo del cane.
• Cercare di far vomitare il cane o il gatto: utile a questo scopo
in assenza di farmaci appositi (emetici), la somministrazione di una sospensione di chiara d'uovo montata a neve, unita ad acqua calda molto salata. Non dare mai latte.
• Mantenere il soggetto tranquillo e non somministrare MAI latte. Evitare qualsiasi inutile stimolo sonoro o visivo che possa scatenare una crisi convulsiva. Una volta effettuato tutto quanto necessario e possibile per salvare l'animale colpito, si dovrà notificare una DENUNCIA alla Polizia Provinciale della zona. Sempre alla Polizia Provinciale andranno anche segnalati tutti i casi di avvelenamento di cui si abbia notizia e qualsiasi informazione su località colpite o su eventuali responsabili di utilizzo di bocconi avvelenati.
Per poter individuare con precisione le zone più a rischio e chiedere l'intervento delle Autorità competenti (sorveglianza, tabellazione con cartelli che segnalino il pericolo), oltre alla denuncia presso le locali Forze dell'Ordine, vi chiediamo di SEGNALARE TUTTI I CASI di avvelenamento anche al "Coordinamento contro l'avvelenamento di animali" organizzato dalle Associazioni animaliste e ambientaliste di Firenze, telefonando a: WWF Toscana tel/fax 055477876.
Segnalateci non solo i casi nuovi, ma anche quelli vecchi di cui siete a conoscenza, a partire dal 1990. E' importante che il Medico veterinario invii i campioni di esche o di materiali organici utili (in caso, purtroppo, di morte dell'animale, compiendone l'autopsia) agli Istituti localmente competenti per le analisi (di solito l'Istituto Zooprofilattico). In alcuni casi, dove non vi siano strutture e/o procedure adeguate, il trasporto (con apposite modalità di refrigerazione) dovrà - purtroppo - essere fatto dallo stesso proprietario dell'animale.
E' fondamentale infatti che si riesca a giungere ad una diagnosi delle cause della morte e del tipo di veleno, in modo da dare fondamentali elementi alle indagini sui responsabili e per allertare gli abitanti della zona, nonché avere maggiori possibilità di intervenire in tempo rapido e nel modo più adeguato allo scopo di salvare ulteriori eventuali animali colpiti nella stessa area.
(1) Tutte le citazioni provengono da "La guerra dei bocconi" Atti dei convegno tenuto a Castell'Arquato (PC) il 4.11.1996
Ringraziamo anche per la documentazione il Coordinamento delle associazioni ambientaliste e animaliste, www.bocconiavvelenati.it.
